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Politica

Perché è giusto stare dalla parte di Giorgia Meloni

Nelle ultime quarantotto ore ho ricevuto probabilmente più messaggi, telefonate e richieste di confronto di quante ne abbia ricevute nell’arco di diverse settimane. Amici, militanti, amministratori, persone che conosco da anni e che, più o meno con le stesse parole, mi hanno rivolto una domanda semplice: «E adesso?».

Una domanda che, a dire il vero, non mi ha sorpreso affatto.

Chi mi conosce sa perfettamente quanto io abbia seguito Donald Trump nell’ultimo decennio. Sa quanti articoli gli abbia dedicato, quanti libri abbia scritto sulla sua figura, quante volte sia andato negli Stati Uniti per raccontarne le campagne elettorali e quanto abbia sempre sostenuto che la sua affermazione politica rappresentasse qualcosa di molto più importante della semplice vittoria di un candidato repubblicano.

Allo stesso tempo, però, sapete altrettanto bene quanto profondo sia il mio legame con Giorgia Meloni. Un legame che non nasce oggi e nemmeno ieri, ma affonda le proprie radici in oltre trent’anni di militanza politica, di amicizia e di battaglie combattute insieme quando nessuno avrebbe scommesso un euro sul fatto che una ragazza romana proveniente dal Fronte della Gioventù sarebbe diventata Presidente del Consiglio e uno dei leader più autorevoli del mondo occidentale.

Per questo motivo molti hanno sentito il bisogno di chiedermi un’opinione dopo gli attacchi rivolti da Trump a Giorgia Meloni e, a maggior ragione, dopo il video che ho pubblicato ieri.

Lo faccio senza tifoserie, senza convenienze e senza calcoli. Anche perché chi ha seguito il mio percorso sa che ho sempre considerato la convinzione più importante della convenienza e che non ho mai avuto particolare talento nell’arte di salire sul carro del vincitore. Del resto, chi ha fatto politica a destra per gran parte della propria vita quando essere di destra significava essere minoranza, difficilmente può sviluppare questa inclinazione.

Dal punto di vista personale non nascondo che si sia trattato di una vicenda che mi ha lasciato addosso una certa amarezza. Sarebbe ipocrita sostenere il contrario. Tuttavia, le emozioni personali contano relativamente poco. Se si ha l’ambizione di essere analisti credibili e, soprattutto, se si ricopre un ruolo politico, si ha il dovere di provare a guardare i fatti per quello che sono, senza lasciarsi trascinare dalla tifoseria, perché il tifo è utile negli stadi, molto meno quando si ragiona del destino dell’Occidente.

E i fatti, almeno ai miei occhi, sono piuttosto semplici.

Continuo a ritenere che Donald Trump abbia svolto un ruolo storico. Non soltanto per gli Stati Uniti, ma per l’intera civiltà occidentale. Quando annunciò la sua candidatura nel 2015 venne trattato come un fenomeno da baraccone destinato a scomparire nel giro di pochi mesi. Quando vinse le elezioni del 2016 fu dipinto come una minaccia per la democrazia. Quando lasciò la Casa Bianca dopo i fatti di Capitol Hill, praticamente tutti lo davano per finito. Eppure è tornato, perché aveva compreso prima di altri che milioni di persone non si riconoscevano più in un mondo che considerava identità, tradizioni, famiglia, confini e appartenenza nazionale come residui del passato da archiviare in nome di una globalizzazione senz’anima.

Per questa ragione ho sempre sostenuto che la sua vittoria del 2024 fosse una buona notizia per l’Occidente. E continuo a pensarlo oggi. Se alla Casa Bianca fosse tornata la sinistra progressista americana, molto probabilmente staremmo discutendo di uno scenario ben più preoccupante di una polemica tra leader conservatori.

Proprio per questo motivo considero ancora più grave ciò che è accaduto.

Perché da chi rappresenta un punto di riferimento per milioni di conservatori ci si aspetta qualcosa di più. Perché da chi ha avuto il merito di guidare la reazione contro la deriva woke, contro l’immigrazionismo ideologico e contro il pensiero unico dominante, ci si aspetta la capacità di distinguere gli avversari dagli alleati. E Giorgia Meloni, piaccia o non piaccia a qualcuno, non è soltanto un alleato degli Stati Uniti. Oggi è il leader più autorevole d’Europa.

Lo affermo non soltanto perché la conosco personalmente, ma perché conosco la sua storia.

E qui consentitemi una parentesi personale.

Nel 2004 ero tra i delegati presenti a Viterbo al congresso di Azione Giovani che elesse Giorgia presidente nazionale. Ero tra quelli che contribuirono, nel loro piccolo, a quella vittoria attraverso Entrainazione.it, l’iniziativa che avevamo creato per sostenerne la candidatura e che finì rapidamente per trasformarsi in qualcosa di molto più grande di una semplice piattaforma congressuale, diventando un luogo di incontro e confronto per centinaia di ragazzi provenienti da tutta Italia che condividevano una stessa idea di destra, moderna ma orgogliosa delle proprie radici.

Ricordo perfettamente quel giorno, l’entusiasmo, l’emozione, perfino le lacrime che accompagnarono l’annuncio della sua elezione. Ricordo che le corsi incontro e le dissi una frase che ancora oggi mi fa sorridere: «Sei la prima donna per la quale piango». Lei scoppiò a ridere, ma era emozionata quanto me.

Racconto questo episodio non per nostalgia e nemmeno per rivendicare qualcosa. Lo racconto perché spiega meglio di qualsiasi altra argomentazione perché non ho avuto il minimo dubbio nel prendere immediatamente le difese di Giorgia Meloni. Non per appartenenza tribale, non per convenienza e nemmeno per amicizia, ma perché ci sono persone che fanno parte della tua storia e battaglie che contribuiscono a definire chi sei.

Del resto, se c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni, è che la fedeltà ai propri principi vale soltanto quando comporta un prezzo da pagare. Essere leali quando conviene sono capaci tutti. Continuare a esserlo quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte è un’altra storia.

Per questo motivo non ho avuto esitazioni nel dire che Trump sta sbagliando. E aggiungo che, a mio giudizio, dovrebbe riflettere anche su altre scelte recenti, a partire dalla postura assunta nei confronti del popolo persiano. Per anni milioni di iraniani hanno guardato all’Occidente come all’unica speranza di libertà contro un regime che ha represso il dissenso nel sangue, incarcerato oppositori e schiacciato ogni tentativo di cambiamento. Quando decine di migliaia di persone sono scese in piazza sfidando quel sistema, lo hanno fatto perché credevano che il mondo libero non avrebbe voltato loro le spalle. Anche su questo punto sarebbe opportuno interrogarsi.

Molti, in queste ore, stanno reagendo come spesso accade in Italia, passando da un estremo all’altro. Fino a ieri Trump era un genio infallibile; oggi, per qualcuno, sarebbe diventato improvvisamente un nemico. Io non la penso così. Penso che sia possibile difendere Giorgia Meloni senza rinnegare Donald Trump. Così come penso che sia possibile riconoscere il ruolo storico svolto da Trump senza chiudere gli occhi di fronte ai suoi errori. Anzi, credo che questo sia l’unico atteggiamento serio e coerente.

La politica non è una religione, i leader non sono divinità e la fedeltà agli uomini non può mai venire prima della fedeltà ai principi.

Ronald Reagan lo aveva compreso perfettamente quando costruì insieme a Giovanni Paolo II una delle più straordinarie alleanze politiche e culturali della storia contemporanea. Aveva compreso che l’America non può essere veramente grande se l’Occidente è debole e che la forza americana e quella occidentale sono inseparabili. Aveva compreso che una civiltà si difende insieme oppure non si difende affatto.

È una lezione che oggi dovremmo ricordare tutti, anche Donald Trump.

Perché l’America può tornare grande soltanto se anche l’Occidente continua a esserlo. E perché, in questa battaglia, Giorgia Meloni rappresenta oggi uno degli alleati più preziosi che gli Stati Uniti possano avere. Non un vassallo, non una cortigiana e nemmeno una comprimaria, ma un leader che ha dimostrato di possedere la forza politica e il coraggio necessari per difendere le proprie convinzioni anche quando questo significa contraddire gli amici.

Per questo motivo mi auguro che prevalgano il buon senso e la visione strategica. Mi auguro che Trump riconosca l’errore commesso e comprenda che rafforzare il rapporto con Giorgia Meloni significa rafforzare l’Italia, gli Stati Uniti e l’intero Occidente.

Quanto a me, non ho dubbi.

Ho difeso Donald Trump quando era sotto attacco da parte di un sistema che voleva cancellarlo. Difendo oggi Giorgia Meloni di fronte ad accuse che considero profondamente ingiuste. Difenderò domani chiunque riterrò dalla parte giusta di una battaglia che considero più grande dei singoli uomini.

Perché alla fine, dopo tanti anni di politica, continuo a credere in una regola molto semplice: amo solo ciò che difendo.

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è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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