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POLITICA USA

Sicuri che Trump abbia perso le elezioni?

Lungi da me voler riaprire la pentola a pressione delle polemiche sul risultato delle ultime elezioni presidenziali americane, la riflessione sintetizzata nel titolo è più profonda e si basa su un’analisi di ciò che è accaduto in questi primi 218 giorni di presidenza Biden in ottica 2024, passando per la tornata di metà mandato del prossimo anno.

La debacle di Biden

La disastrosa gestione del ritiro delle truppe americane sta proiettando l’Afghanistan nel baratro di un futuro ben peggiore del passato, poiché i criminosi intenti dei talebani saranno perpetrati ai danni di un popolo che nell’ultimo ventennio è stato abituato a vivere in una società di stampo democratico, pur con tutti i suoi limiti.

Come se non bastasse, l’infame attentato rivendicato dall’ISIS in cui hanno perso la vita 60 civili afghani e 12 militari statunitensi, è la drammatica conferma di quanto facilmente previsto da molti analisti, ovvero che la vera e propria fuga delle forze armate americane renderà l’Afghanistan una polveriera alla mercé dei fondamentalisti islamici, che potranno farne la loro fucina di terroristi da fomentare per poi sguinzagliarli a seminare morte nell’odiato Occidente.

Inoltre c’è il fronte interno, in cui si sta verificando un paradosso, e cioè che i consensi di Biden stanno colando a picco soprattutto a causa della gestione della pandemia, ovvero lo stesso tema grazie al quale uscì vincitore dalle elezioni dello scorso 3 novembre.

L’aggressività della variante Delta unita al gran numero di americani che non intendono vaccinarsi hanno fatto ripiombare l’opinione pubblica nell’incubo di un altro inverno di crisi e restrizioni, prospettiva che non piace a nessuno, a maggior ragione a chi ha votato Biden proprio perché convinto dalla sua promessa di gestire il covid meglio di quanto avesse fatto il suo predecessore.

Un effetto domino con cui Biden rischia di finire nell’angolo anche con il suo piano economico: non tanto (salvo sorprese) con la parte sulle infrastrutture, quanto sul progetto da 3.500 miliardi di dollari – una sorta di mega PNRR con risorse per ambiente, innovazione e welfare – che, però, dovrà passare dalla cruna dell’ago di un Senato diviso al 50% tra repubblicani e democratici, che possono contare sul solo voto di vantaggio della vice presidente Kamala Harris.

La riva del fiume su cui Trump sta seduto ad aspettare

Se c’è una qualità che Trump e Berlusconi hanno davvero in comune è quella che in romanesco si chiama tigna, una vera e propria forma mentis fatta di cocciutaggine, determinazione, costanza e capacità di rialzarsi un secondo dopo essere caduti. Entrambi, infatti, sono stati dati per spacciati un’infinità di volte, ma a conti fatti hanno sempre avuto la meglio sui rispettivi detrattori.

Nell’ordine, Trump era spacciato alle primarie repubblicane e le ha vinte, avrebbe sicuramente perso con la Clinton e invece l’ha battuta, poi l’impeachment sul Russiagate si è rivelato una bufala clamorosa. Niente da fare.

Poi sono arrivate tre mazzate come il risultato delle elezioni, l’assalto al Campidoglio con il conseguente secondo impeachment e l’esclusione dai social network; nei mesi successivi abbiamo letto e ascoltato opinioni che erano sentenze definitive di morte politica: «è finito», «i repubblicani lo molleranno», «sarà costretto a fare il suo partito», «senza i social la gente non lo seguirà più».

Risultato: il partito repubblicano continua a sostenerlo – tanto la base, quanto il cosiddetto establishment, da cui ha peraltro già incassato gli endorsement per il 2024 di due tipi non propriamente morbidi come Nikki Haley e Mitch McConnell – e lui continua ad essere popolarissimo nonostante l’assenza forzata dai canali social che, come egli stesso ammise, nel 2016 gli consentirono di vincere le elezioni bypassando i media tradizionali.

Anche dal punto di vista della comunicazione molte analisi hanno peccato di superficialità e mancanza della necessaria competenza; tanto per cominciare, se consideriamo la velocità a cui il Web viaggia e si evolve, è del tutto impensabile mettere sullo stesso piano la situazione del 2016 con quella del 2021.

Errore che ne origina immediatamente un altro, poiché non si può non tener conto che per 4 anni Donald Trump è stato il presidente degli Stati Uniti, ruolo che ha dato ai suoi messaggi una penetrazione che nei 4 anni precedenti sicuramente non avevano.

In sintesi, se nel 2016 i social sono stati determinanti per sfondare il muro eretto dai media tradizionali e costruirsi il “suo popolo” ex novo, oggi, nel 2021, l’ex presidente è forte di un bagaglio di 75 milioni di elettori che con ogni probabilità lo rivoterebbero, e di un’opinione pubblica “costretta” a seguirlo comunque. Certo, questo non significa affatto che Trump abbia rinunciato ai social (anzi) ma, più semplicemente, che la sua popolarità prescinde da essi.

Oltre a questo, ci sono temi su cui in campagna elettorale venne attaccato ferocemente e in merito ai quali oggi il tempo gli sta dando ragione: la produzione del vaccino nei tempi da lui previsti, gli attacchi alla Cina sull’origine del virus (per i quali veniva accusato di complottismo) per tornare, poi, al paragone sulla politica estera, che a distanza di pochi mesi è già oggettivamente impietoso a sfavore di Biden.

In conclusione

Quello che ci separa dal 2024 è un orizzonte temporale per molti aspetti talmente ampio da contemplare una serie pressoché infinita di variabili ma, per altri, anche tremendamente vicino: basti pensare alle elezioni di metà mandato che nel 2022 potrebbero mettere in minoranza l’amministrazione Biden sia alla Camera che in Senato, per arrivare alle primarie repubblicane, la cui campagna comincerà di lì a pochi mesi.

Nel frattempo, tra le voci di impeachment per Biden e le incognite che ogni giorno faranno capolino sullo scenario, il suo ex capo stratega alla Casa Bianca Steve Bannon invita Trump a formare un “governo ombra” per farsi trovare pronto nel caso in cui gli eventi precipitino repentinamente.

Quel che è certo è che, stando così le cose, se The Donald decidesse veramente di candidarsi nel 2024 il suo celebre slogan (preso in prestito da Reagan) Make America Great Again tornerebbe attualissimo e le sue chance di vittoria sarebbero tutt’altro che poche. Ai posteri l’ardua sentenza.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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