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POLITICA USA

Trump, la Cina e i pregiudizi dei radical chic

«Perché nessuno ne parla?». È la domanda che puntualmente mi viene rivolta quando metto in fila i fatti riguardanti il ruolo della Cina nell’esplosione della pandemia e quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove il team legale di Donald Trump sta presentando una serie di ricorsi poiché sostiene che il risultato delle elezioni sia stato alterato da una serie di brogli.

Attenzione, quale che sia la nostra opinione nel merito (che dovremmo comunque formare leggendo le carte, non per partito preso), nel metodo l’azione condotta dal presidente USA è perfettamente legittima poiché rivolta alle autorità competenti nel pieno rispetto delle leggi e, aggiungo, nel quadro dei diritti che una grande democrazia come gli Stati Uniti garantisce a chiunque.

Che piaccia o meno, il problema è la parzialità dell’informazione mainstream, che non a caso nell’ultimo decennio ha distrutto gran parte dell’autorevolezza che si era costruita nel secolo e mezzo precedente commettendo, tra i tanti, un errore fatale: lasciarsi contagiare dal complesso di superiorità intellettuale e morale tipicamente radical chic, una forma mentis in ragione della quale anziché informare pretende di moralizzare.

Storia, politica, economia, valori: la versione giusta è sempre la loro e se ti permetti di dissentire o sei una sorta di minus habens oppure un fascio-nazista, in ogni caso qualsiasi cosa tu dica non è minimamente degna di essere ascoltata quando non addirittura valutata e approfondita. Figuriamoci.

Insomma, o stai con loro oppure sei un rifiuto della società, un inferiore non intellettualmente in grado di reggere il confronto con le loro intelligenze illuminate.

Poi, però, siccome in edicola vendono sempre meno copie e nel Web si guadagna con i click, sui loro autorevolissimi siti pubblicano tette, culi e “notizie” che un tempo non avrebbero trovato spazio nemmeno nella rubrica della posta di Skorpio o L’Intrepido.

Dinnanzi a un simile atteggiamento è normale che sempre più persone si disaffezionino e decidano di separarsi da chi le giudica e le insulta, ci mancherebbe. Ciò che invece non è “normale” è che neppure l’ineluttabilità dei fatti riesca a convincere i gendarmi del politicamente corretto a correggere il tiro.

Le ragioni sono essenzialmente due: la prima è che devono seguire la linea imposta dai committenti che li tengono in piedi economicamente; nella stragrande maggioranza di casi si tratta di multinazionali che coltivano grandi interessi con la Cina e, quindi, guai a dire che lì c’è un regime sanguinario e per giunta pure comunista.

La seconda riguarda il loro ego, che è pronunciato a tal punto da non consentirgli di fare dietrofront, magari chiedendo scusa, riconoscendo gli errori commessi e avendo l’umiltà di scendere dal pulpito e di tornare con i piedi per terra.

Ci mancherebbe altro, molto più comodo fare finta di nulla e continuare ad affermare che Pechino è esente da qualsivoglia responsabilità riguardo la diffusione del virus e a descrivere il presidente degli Stati Uniti come un povero pazzo guerrafondaio che non sa quello che dice.

Fortunatamente, noi poveri inferiori tra tanti limiti abbiamo anche la capacità di scegliere quali giornali acquistare, che programmi ascoltare e i canali web da cui approvvigionarci di informazioni comprese, pensate un po’, anche quelle di chi ha opinioni diverse dalle nostre perché riteniamo che il confronto, quello sano, sia sempre prodromico alla crescita.

Avanti di questo passo e tra non molto i gendarmi di pensiero unico e politicamente corretto rimarranno da soli in cima alle altissime vette della loro presunta superiorità, ad aspettare che l’eco delle loro stesse voci gli dica quanto sono bravi.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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