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Quando la big tech si vuole fare banca

«Non c’è più un motivo per cui solo i governi debbano stampare moneta». Paul Kemp-Robertson, tra i massimi esperti al mondo di valute alternative, la spiega semplice: molte persone si fidano più delle aziende che dei governi. Visto che una moneta è espressione del valore del brand governativo che la emette, perché anche i brand commerciali non possono produrne una?

Facebook, con la sua Libra, è solo l’ultima. Prima di lei, altre aziende hanno creato in modo più discreto sistemi di pagamento basati su nuove valute. Il primo esperimento di discreto (seppur effimero) successo fu quello di Second Life con i suoi Linden. Lanciati nel 2013, erano la valuta virtuale del cybervillaggio, usata per acquistare beni o servizi. Circa 200 Linden equivalevano a un dollaro americano. Crollata la popolarità di Second Life, sono crollati anche loro. Un anno dopo ci provò Amazon con i suoi Coins, moneta virtuale che i clienti possono usare per acquistare applicazioni, giochi e contenuti sul negozio virtuale. I Coins si acquistano in euro o monete tradizionali direttamente sul sito (500 Coins equivalgono a circa 5 euro), ma non possono essere trasferiti, regalati o cambiati per ottenere denaro. Negli anni successi Starbucks ha creato una sorta di pagamento parallelo con le sue Stars (usate per pagare 3 caffè su 10); e la Nike in Messico ci ha provato addirittura col sudore dei suoi clienti: chi correva poteva tener traccia delle calorie spese, guadagnare punti e scambiarli per beni materiali.

Il vero boom però è arrivato con i Bitcoin, con tutte le loro declinazioni. Tra le più curiose, ci sono i bitcoin «sovranisti», accettati soltanto all’interno di determinate comunità. Ci sono i Berkshares, accettati infatti sono nel Berkshires, una regione del Massachusetts, da circa 400 aziende e 13 banche. Oppure gli Ithaca Hours, usati solo nell’ononima cittadina dello stato di New York. O infine gli Equal Dollars, la nuova moneta ideata a Philadelphia per rendere più coesa la comunità. Chi si iscrive alla piattaforma, riceve 50 Equal dollars. Per guadagnarne di più, può cedere alcuni suoi oggetti in un marketplace o fare attività di volontariato.

L’interrogativo dai tempi di Second Life, però, rimane lo stesso: chi controlla la moneta, la sua creazione e il suo valore. Deciso a differenziarsi dalle criptovalute più note come Bitcoin o Ethereum, e a superare la loro principale debolezza (ovvero l’assenza di un bene stabile a cui è legato il loro valore), Mark Zuckerberg ha strutturato la Libra come uno stablecoin.

Il valore della moneta non si baserà esclusivamente sulla domanda e offerta della rete (come i Bitcoin) ma su uno o più asset reali, come titoli di Stato e depositi bancari. Nelle intenzioni di Zuck sarà una moneta molto più stabile e teoricamente molto più al riparo dalle speculazioni, che potrà quindi essere usata «per pagare un caffè, per acquistare generi alimentari o per il trasporto pubblico», si legge sul sito ufficiale di Facebook. Il valore di una Libra sarà pari a circa 1,05 dollari. Gli utenti potranno comprare la criptovaluta, aggiungerla al proprio portafoglio e usarla in Messenger, WhatsApp o per i pagamenti quotidiani.

La criptomoneta si baserà su un’associazione non profit (Libra Association) con sede in Svizzera composta da 28 società (tra cui Visa, Mastercard, Paypal e Spotify), ognuna della quali possiede un nodo della rete blockchain di Libra. Per stimolare l’adozione della moneta, l’associazione distribuirà incentivi in Libra ai membri fondatori (in base alla domanda e non in modo illimitato), che quindi metteranno la criptovaluta in circolo tra i loro utenti. L’obiettivo è semplice e ambiziossimo: far scambiare le criptovalute grazie alla certificazione della tecnologia blockchain, ma senza l’intermediazione dei sistemi di pagamento o delle autorità tradizionali. E quindi abbattere i costi.

Un bel grattacapo per le banche centrali, che assieme agli Stati si chiedono come regolamentare modelli di credito che uniscono le funzioni di pagamento con quelle di social networking. La presidente della commissione Servizi finanziari alla Camera Usa, Maxine Waters, ha chiesto lo stop immediato allo sviluppo di Libra. «Facebook possiede dati su miliardi di persone e ha ripetutamente dimostrato di ignorare la protezione e l’uso attento di questi dati», ha detto.

Il tema della privacy è uno dei più delicati, vista la possibilità per Facebook di accedere a tutta quella mole di informazioni riguardanti circa 2 miliardi di persone, tanti sono quelli che Zuckerberg vuole raggiungere come clienti retail.

«Si stanno valutando misure restrittive per l’accesso ai dati nel momento in cui soggetti come Facebook operano nei servizi finanziari e nei pagamenti», ha spiegato Hyun Song Shin responsabile del dossier Libra per la Banca dei regolamenti internazionali. Nei giorni scorsi la Bri e alti rappresentanti della banche centrali hanno incontrato rappresentanti di Facebook e dei soggetti che hanno dato vita al progetto Libra. «Il principio di base che deve guidare la regolazione è che le stesse regole devono valere per chi svolge gli stessi business», ha detto Hyun Song Shin. Tradotto: se le aziende tech operano come banche, devono sottostare alle stesse regole delle banche.

In Italia, intanto, Sul sito internet di Bankitalia da circa 10 giorni campeggia un avviso: «Continuiamo a ricevere comunicazioni di privati che pretendono di utilizzare euro scritturali autonomamente creati, o che riguardano piattaforme e sedicenti organismi monetari con funzioni bancarie». Tradotto: non fidatevi di organismi «la cui attività può configurare ipotesi di abusivismo sanzionabili». La guerra della moneta virtuale è appena cominciata.

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Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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