C’è una sera d’autunno del 1800, sulle rive del lago di Como, in cui tutto comincia davvero. L’aria è umida, il vento porta con sé l’odore delle foglie bagnate e della legna che brucia nei camini, e dentro una stanza illuminata appena Alessandro Volta, cinquantacinque anni, lo sguardo fermo di chi ha già capito dove sta andando anche se nessuno ancora lo segue, impila con pazienza dischi di rame e zinco separati da piccoli strati di feltro imbevuti di acqua salata. Non sta facendo un esperimento qualunque: sta forzando un confine che fino a quel momento sembrava invalicabile, sta prendendo qualcosa che apparteneva al cielo – ai fulmini, ai temporali, alla paura – e lo sta portando sulla terra, tra le mani dell’uomo.
In quel gesto silenzioso c’è già tutto. La pila voltaica non è soltanto una vittoria intellettuale su Luigi Galvani e sulla sua elettricità “animale” intrappolata nelle rane: è l’apertura di una porta che nessuno riuscirà più a richiudere. Volta non libera soltanto una forma di energia: la rende governabile, trasportabile, replicabile. La rende, soprattutto, utilizzabile. È il passaggio decisivo che trasforma un fenomeno naturale in una leva di civiltà.
E da quel momento non è la storia che accelera: è l’umanità che cambia marcia, spesso senza nemmeno accorgersene. Ogni gesto che oggi consideriamo normale – scorrere uno schermo, ricaricare un telefono, affidare a un algoritmo una scelta o una risposta – affonda le radici in quell’intuizione. Ogni watt che alimenta un dispositivo, ogni chilowattora che muove un’auto elettrica, ogni gigawatt che sostiene un data center nasce da quel principio. Volta non ha inventato una macchina: ha inventato il carburante invisibile del mondo moderno.
Quando, nel 1879, Thomas Edison accende la prima lampadina stabile a Menlo Park, non crea l’elettricità: la porta nelle case, nei teatri, nelle fabbriche, trasformandola in infrastruttura globale. Non è un dettaglio tecnico, è un cambio di paradigma: l’energia smette di essere un fenomeno e diventa un sistema.
Pochi decenni dopo Nikola Tesla rompe gli schemi e capisce che non basta produrre energia: bisogna farla viaggiare lontano, in modo efficiente, scalabile. La corrente alternata non è solo una soluzione tecnica, è una visione opposta, più ambiziosa, più moderna. È lo scontro tra due idee di futuro. E da quello scontro nasce il mondo elettrico che conosciamo.
La linea continua, si rafforza, passa attraverso figure decisive come John B. Goodenough, che rende possibile la batteria agli ioni di litio. È lì che accade un altro salto silenzioso ma decisivo: l’elettricità smette di essere un’infrastruttura fissa e diventa portatile, personale, quotidiana. Entra nelle nostre tasche, nelle nostre giornate, nelle nostre abitudini.
Steve Jobs nel 2007 alza sul palco un sottile rettangolo di vetro e cambia il mondo. Senza quella discendente diretta della pila voltaica, l’iPhone sarebbe rimasto un’idea. Elon Musk fa un passo ancora più audace: scala quell’invenzione dalle tasche alle auto, alle case, alle reti energetiche. La Tesla non è soltanto un’automobile: è la dimostrazione concreta che un paradigma può essere sostituito. E che anche i sistemi più radicati possono essere messi in discussione, se qualcuno ha la visione e la determinazione per farlo.
Ma il punto più affascinante arriva adesso. L’energia portatile di Volta ha reso possibile l’intelligenza artificiale. Nei giganteschi data center di OpenAI, Google e xAI, migliaia di chip lavorano senza sosta, consumando l’energia di intere città. Ogni risposta che un modello genera, ogni immagine che crea, ogni ragionamento complesso nasce da un flusso continuo di energia. L’intelligenza artificiale non è solo codice: è energia trasformata in pensiero. Senza la stabilità e la portabilità che Volta ha insegnato all’umanità, quei modelli non esisterebbero.
E non è finita. La prossima frontiera, il quantum computing, spinge ancora più in là questa catena invisibile. I qubit – fragili come cristalli di neve quantistica – esistono solo a temperature vicine allo zero assoluto e richiedono un controllo energetico millimetrico. Basta un’oscillazione impercettibile e collassano all’istante. Senza la precisione e la continuità che discendono da quella prima pila, i computer quantistici rimarrebbero teoria.
Quando, tra pochi anni, questi sistemi simuleranno in minuti molecole per nuovi farmaci, risolveranno problemi di crittografia che oggi proteggono il mondo intero e ottimizzeranno reti energetiche globali in tempo reale, continueranno a poggiare su quell’intuizione del 1800.
Se guardi questa linea nel suo insieme, capisci che non è una sequenza casuale di innovazioni, ma una staffetta che attraversa i secoli. Volta, Edison, Tesla, Goodenough, Jobs, Musk e i pionieri del quantum stanno correndo la stessa gara: vedere oltre il presente e costruire ciò che gli altri ancora non vedono.
E proprio per questo ha un senso profondo e perfetto che oggi, proprio a Como – la città di Alessandro Volta – su iniziativa del Governo e del Sottosegretario Alessio Butti stia nascendo il “Centro nazionale Volta”. Nel 2027, anno del bicentenario della sua morte, aprirà i battenti in una storica villa della città, interamente dedicato a quantum computing e intelligenza artificiale. Un polo che unirà l’Università dell’Insubria, le imprese e i centri di ricerca nazionali: non solo teoria, ma ricerca applicata al servizio del territorio e del Paese. Il luogo dell’origine diventa, ancora una volta, il laboratorio del futuro.
Ogni rivoluzione ha una radice silenziosa. Alessandro Volta non ha mai parlato di startup, non ha mai fatto pitch, non ha mai raccolto capitali. Eppure ha costruito la più grande infrastruttura invisibile della storia umana. L’unità di misura della tensione porta il suo nome non per celebrazione, ma per necessità.
E allora forse vale la pena fermarsi un attimo, proprio mentre tutto corre. Alzare lo sguardo dallo schermo, uscire per un momento dalla velocità del presente, e tornare con la mente a quella stanza affacciata sul lago, a quell’uomo che impila dischi di metallo senza fare rumore, senza cercare applausi, senza sapere che sta accendendo non solo una lampadina, ma l’intero futuro dell’umanità.
Alessandro Volta non ha semplicemente inventato una batteria: ha reso possibile tutto ciò che è venuto dopo.
Il resto – tutto il resto – non è altro che una conseguenza della sua genialità.