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Politicamente corretto

Dopo i Twitter Files gli utenti rifiutano la censura: tra le piattaforme libere spopola GETTR

Nel 2023 i social network saranno travolti da un vero e proprio tsunami, un cambio di paradigma che avrà conseguenze anche sul mondo dell’informazione. Il fattore scatenante è la censura utilizzata come arma (potentissima) per imporre la narrazione mainstream e manipolare l’opinione pubblica: un’escalation culminata con il blocco dell’allora presidente USA Donald Trump e, insieme a lui, di milioni di profili non omologati al pensiero unico.

A fornire le prove ci ha pensato Elon Musk con i TwitterFiles, documenti che dimostrano in modo inequivocabile la matrice politica di quelle decisioni nonché l’approccio decisamente orwelliano con cui venivano motivate: ad esempio la censura è stata rinominata “lotta alle fake news”, l’imposizione del politicamente corretto viene spacciata per “difesa dei diritti” e chiunque osi dissentire è additato come “complottista”.

Ovvio che il proprietario di Tesla abbia fiutato l’affare: creare il bisogno mostrando al mondo il vero volto delle BigTech e offrire a miliardi di utenti un’alternativa realmente libera. Un segmento di mercato al quale prima di lui si sono rivolti altri, tra cui lo stesso Trump con Truth Social – al momento disponibile solo negli States – e il suo ex Senior Advisor Jason Miller, che il 4 luglio del 2021 ha lanciato la piattaforma alternativa che vanta i numeri migliori anche fuori dagli Stati Uniti: GETTR.

Parliamo di circa 7,5 milioni di utenti attivi e un tasso di crescita del 246% negli USA, dell’89% in Giappone, del 266% in Brasile, del 743% nel Regno Unito e del 146% in Francia per una piattaforma che offre una user experience di qualità e per alcuni aspetti innovativa: post fino a 777 caratteri (presente la possibilità di effettuare modifiche), una sezione dedicata ai brevi video verticali (che sono stati chiamati Vision) e un vero e proprio palinsesto live streaming composto da format televisivi come il celebre WarRoom di Steve Bannon.

Oltre all’ex capo stratega di Trump alla Casa Bianca e gran parte dei politici repubblicani, sono ormai molti gli opinion maker che hanno aperto un profilo su GETTR, tra i quali spiccano l’ex leader del Brexit Party Nigel Farage, Jair Bolsonaro, Eric Zemmour e commentatori politici come Sean Hannity, Tucker Carlson e Mark Levin.

«In soli 18 mesi GETTR ha costruito una community internazionale senza pari grazie a una straordinaria base di utenti e a un team che crede nei valori che difendiamo», spiega il CEO Jason Miller, aggiungendo che «questi numeri sbalorditivi dimostrano che il messaggio di libertà di parola di GETTR coinvolge utenti di tutto il mondo, riteniamo di essere l’unica piattaforma sfidante in grado di affrontare l’establishment dei social media della Silicon Valley».

Jason Miller, CEO di GETTR

Il nome è un neologismo frutto di getting (o get) together – cioè stare insieme – e, racconta Miller, la fiaccola rappresenta «la luce nelle tenebre». Indubbiamente l’Italia ha tutti i requisiti per diventare un mercato strategico per una piattaforma come GETTR: la leadership di Giorgia Meloni ne ha fatto il più importante laboratorio politico del conservatorismo in Europa e la presenza di una sinistra molto radicale ha determinato una forte polarizzazione del contesto, acuendo una frattura sociale per molti aspetti simile a quella che è degenerata negli Stati Uniti.

Nell’era della rivoluzione digitale le cose possono cambiare molto più rapidamente di quanto immaginiamo: basti pensare che fino a pochi mesi fa credevamo che non esistessero alternative alle piattaforme mainstream, mentre oggi assistiamo al costante sgretolamento della fortezza eretta dai colossi del Web, che ogni giorno perdono utenti e soldi a causa di un grave errore: sottovalutare l’importanza del valore della libertà.

 

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Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy, è autore di 9 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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