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INCHIESTA SULLA CINA

Cina: il tecno-nazionalismo non si ferma neppure con il virus

Nonostante la Cina abbia registrato delle perdite economiche a causa Coronavirus (nulla confronto a ciò che costerà a Europa e USA), nel periodo dell’emergenza non ha smesso di lavorare al proprio potenziamento tecnologico. Anche a Whuan, città da cui è partito il virus, nonostante le strade fossero deserte e quasi tutte le aziende chiuse, c’è ne è stata almeno una che non ha mai smesso di produrre. Non è un’industria legata alla filiera alimentare o alla sanità, ma alla tecnologia e, in particolare, alla produzione di semiconduttori elettrici.

La multinazionale in questione è la Yangtze Memory, un’impresa che fabbrica chip per i dispositivi informatici. Ebbene, nel periodo di piena epidemia i lavoratori hanno continuato a operare, anche a ritmi serrati.

Si tratta di un dato che conferma la volontà del governo della Cina di primeggiare nel mondo, anche violando i più elementari diritti umani.

La notizia è arrivata in Occidente dal quotidiano asiatico Nikkey e ha dell’incredibile. Infatti, attuando pratiche scorrette, la Cina potrà sicuramente sfruttare questa situazione di pandemia (da lei generata) per trarre vantaggio.

YANGTZE MEMORY: NASCITA, PRODUZIONI E ACCUSE

Fondata nel 2016, l’azienda è nata sulla scia del China Integrated Circuit Industry Investment Fund, un piano d’investimento del governo destinato all’industria dei semiconduttori. L’amministratore delegato è Simon Yang. A oggi Yangtze Memory conta 6.000 addetti e uffici sparsi tra la Cina e gli Stati Uniti. Ma è nello stabilimento di Hubei che si concentra il cuore della produzione.

Lì infatti operai e ingegneri lavorano alla realizzazione dei chip 3D Nand Flash, un sistema di memoria destinato a chiavette Usb e dispositivi mobili di marchi come Samsung, Micron, Intel. Insomma, una tecnologia avanzata che, rispetto alle memorie tradizionali, garantisce più efficienza e maggior volume di dati disponibili.

Yangtze Memory è la sola realtà cinese a produrre 3D Nand Flash e, di conseguenza, fornitrice di tutte le grandi multinazionali. Fin qui non ci sarebbe niente di male, ma nei giorni scorsi il quotidiano Nikkei ha rivelato l’uso di pratica ai limiti della violazione dei diritti umani.

Infatti, tramite una loro fonte, hanno scoperto che la maggior parte dei lavoratori è impegnata più di 10-12 ore al giorno a ciclo continuo e a loro è vietato lasciare l’azienda. Nonostante si tratti solo di un’indiscrezione, c’è comunque da crederci visto che dall’azienda non sono arrivate smentite.

VERSO UN TECNO-NAZIONALISMO DELLA CINA

Ormai è un dato certo che la Cina voglia dominare il mondo sotto l’aspetto tecnologico. A febbraio, per esempio, Pechino ha proposto all’International Telecommunication Union dell’Onu di correggere il protocollo mondiale su internet, così da abilitare più facilmente le vetture a guida autonoma, prodotte proprio nel territorio cinese.

«La questione tecnologica per la Cina non è solo una questione di sicurezza nazionale, ma una problematica geopolitica – ha affermato Alex Capri, ricercatore presso la National University of Singapore Business School. – Rendendosi indipendente la Cina potrebbe diventare la prossima potenza mondiale non solo per surplus commerciale ma anche per armamenti militari, dato che anche il settore delle forze armate sarà interessato dall’innovazione».

Per questo motivo diversi analisti internazionali parlano del “caso cinese” come di tecno-nazionalismo, cioè di spinta alla totale autonomia e dominio, sia sotto l’aspetto dei dispositivi che dei meccanismi di funzionamento (software).

Da quest’anno Xi Jin Ping ha obbligato tutte le pubbliche amministrazioni ad abbandonare progressivamente i sistemi operativi americani a vantaggio di quelli cinesi. Senza i dovuti freni, c’è il rischio che la Cina possa espandere sempre più il proprio dominio verso altre zone del mondo e, di conseguenza, imporre anche le proprie politiche antidemocratiche.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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