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Privacy

2019: l’“annus horribilis” di re Zukerberg

Per Facebook si chiude un anno con molte grane legate alla violazione della privacy. Il sempre meno popolare social-network, infatti, ha dovuto affrontare problemi di varia natura: da quelli giudiziari (con cause legali in diversi Paesi del mondo con richieste di risarcimenti mosse da associazioni di tutela dei consumatori), a quelli commerciali (eliminando prodotti dal mercato) fino a dover chiedere pubblicamente scusa per le sue colpe.

Ad oggi la decisione più significativa nei confronti dell’azienda di Mark Zukerberg riguarda la multa da parte della Federal Trade Commission, autorità americana di vigilanza sulle pratiche commerciali, nello scandalo Cambridge Analytica. Con un conto di 5 miliardi di dollari da pagare, rimane la sanzione più elevata mai comminata a una società hi-tech.

La lotta per l’affermazione del diritto alla privacy però non si è fermata agli Stati Uniti, e persino in Italia è partita una class-action per vuole limitare lo strapotere del colosso informatico e risarcire i consumatori. Se, da un lato, in tanti non possono fare a meno di Facebook per comunicare, dall’altro è aumentata la sensibilità verso la protezione dei dati personali, a cominciare dai consumatori.

I CASI PIU’ GRAVI

Lo scopo per il quale Facebook raccoglie i dati personali è chiaramente quello commerciale, cioè per fornire pubblicità mirata ai propri utenti. Non sempre però le tecniche di raccolta sono state chiare. Un caso che ha fatto scalpore e che ha causato perdite economiche e di credibilità riguarda Facebook Research, applicazione per smartphone distribuita a volontari tra i 13 e i 35 anni di età, i quali ricevevano fino a 20 dollari al mese per dare accesso a tutti i loro dati. In pratica si trattava di un software in grado di spiare tutte le attività (anche di utenti minorenni) in cambio di una mancia. La prima casa produttrice di dispostivi a prendere le distanze da Reserarch è stata Apple, che a gennaio del 2019 l’ha eliminata dal proprio store. Poco dopo Zuckerberg è stato costretto a ritirarla dal mercato.

A questo punto il social-network ha usato metodi più raffinati per individuare le preferenze dei propri iscritti. Uno di questi è l’Hashing, che consiste nel convertire i dati di puro testo in un codice che può essere letto solo da un algoritmo. Facebook ha usato questo metodo (in collaborazione con gli inserzionisti) per analizzare gli acquisti dei propri membri e quindi proporre pubblicità mirata in base alle informazioni raccolte. Così le aziende possono comprare spazi pubblicitari su Facebook che verranno mostrati direttamente alla “custom audience” di utenti abbinati ai loro prodotti. La tecnica è stata scoperta a marzo scatenando nuove proteste.

Come se non bastasse, sempre per migliorare gli algoritmi di profilazione degli utenti, Facebook ha addirittura pagato una società esterna per trascrivere le conversazioni vocali. Quando si è venuto a sapere colosso statunitense ha però dichiarato di aver sospeso la pratica.

Se rimangono gravi le responsabilità per le violazioni della privacy, altrettanto dannose sono le falle nel sitema. Il ricercatore informatico Bob Diachenko, di recente ha scoperto che più di 267 milioni di profili Facebook sono stati violati e resi pubblici: Id, nome utente, numero di telefono. Sarebbero invece quasi mezzo miliardo gli account presi di mira da alcuni sviluppatori di applicazioni Facebook e pubblicati su un server di Amazon (accessibile a tutti) con tanto di indirizzo e-mail e password.

LE MOSSE DI FACEBOOK

Le causa legali, si sa, rappresentano solo l’ultima spiaggia nelle controversie. Lo sa bene Mark Zukerberg che, per evitare guai giudiziari, spesso ha preferito venire incontro alle richieste economiche delle parti. Di fronte alle accuse, Zuckerberg ha quasi sempre fatto mea culpa.

Magari anche solo con un post sul proprio blog, in cui garantisce che si impegnerà per la sicurezza dei propri utenti, oppure con azioni mirate come controllare i dati condivisi da app e siti esterni al social o con la realizzazione di Off Facebook Activity (che permette di cancellare le informazioni condivise con altri siti). Insomma, tentativi di salvare la faccia che, però, non cancellano le negligenze finora commesse.

LE CAUSE PENDENTI

Le responsabilità di Facebook (e delle collegate Instagram e WhatsApp) ormai sono note, tanto che Chris Hughes, tra i co-fondatori insieme a Mark Zuckerberg, ha definito il social-network come un «mostro che controlla indisturbato il mercato e impone le sue scelte agli utenti». Se è vero che, sotto il profilo giudiziario, Facebook ha recentemente vinto contro l’Antitrust tedesco in una controversia sulla combinazione dei dati degli utenti, restano ancora pendenti molte cause.

In Irlanda le autorità giudiziarie stanno indagando sulla violazione di 50 milioni di account. La Irish Data Protection Commission, autorità competente, sta verificando se Facebook ha rispettato tutte le leggi sulla conservazione e protezione dei dati sensibili. L’inchiesta è partita dopo che una società ha scoperto che le password di iscritti di Facebook e Instagram sono state immagazzinate da alcuni ingegneri nei server del gruppo. In caso di condanna, Zuckerberg e soci potrebbero ricevere multe fino al 4% del fatturato globale.

In Italia, invece, Facebook è stata multata per 10 milioni di euro dall’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato per aver violato le norme del Codice del Consumo, in particolare per non aver informato adeguatamente gli utenti della raccolta di informazioni personali ai fini della pubblicità. Il Tar, dopo aver bocciato il ricorso, ha chiesto di rispettare gli accordi presi con la Commissione UE.

RIMBORSARE I CONSUMATORI

L’organizzazione Altroconsumo, in accordo con altre analoghe europee, ha avviato una class-action contro Facebook (di cui abbiamo già dato notizia), per chiedere che i consumatori europei vengano risarciti, oltre che correttamente informati sull’uso che viene fatto dei loro dati e che possano scegliere consapevolmente in qualsiasi momento quali di questi condividere. Altroconsumo ha già raccolto oltre 80 mila pre-aderenti, che, insieme a organizzazioni di consumatori di Belgio (Test-Achats), Spagna (OCU), Portogallo (DECOProTeste), arrivano a essere oltre 200mila. La richiesta di risarcimento è di 285 euro per ciascun aderente per ogni anno di iscrizione al social.

Tutto questo senza parlare dei guai “politici” per le censure unilaterali decise contro decine di migliaia di utenti (solo in Italia) e che hanno portato già a una sentenza di condanna che obbliga Facebook a riaprire pagine e profili di CasaPound.

Insomma questo 2019 per Mark Zuckerberg si conclude con guai di non poco conto, conscio che per il futuro dovrà tenere in considerazione maggiormente il rispetto della privacy e dei suoi iscritti.

 

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Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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