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Doping e sport (2): come funzionano i controlli

Durante una gara o una competizione agonistica, l’appassionato è rapito dalla classe, dal gesto tecnico, dalla giocata, dall’intelligenza tattica e dalla forza fisica degli atleti.

Eppure, nascosto agli occhi dei tifosi assiepati sulle tribune, esiste un mondo parallelo dello sport, una realtà (la cui genesi analizzeremo più dettagliatamente nelle prossime puntate di quest’inchiesta) creata per contrastare il fenomeno del doping attraverso rigide procedure di controllo degli atleti.

CHI DECIDE I CONTROLLI?

A imporre i controlli possono essere istituzioni diverse tra loro.
Il Coni, per esempio, gioca un ruolo fondamentale nell’eseguire test a sorpresa sia durante le gare sia nel corso delle sedute d’allenamento.

I test di routine si svolgono in occasione dei raduni delle squadre nazionali oppure durante i ritiri preolimpici, cui si aggiungono quelli disposti al domicilio degli atleti.
L’obbligatorietà dei controlli, inoltre, è prevista nei regolamenti interni delle singole federazioni che decidono il numero e il tipo di controlli da eseguire, ma non le modalità che sono, invece, stabilite da un documento della Wada.

Gli atleti sono sempre tenuti a sottoporsi al prelievo. In caso contrario, è la Wada stessa a spiegare le conseguenze: «Il rifiuto di sottoporsi a controlli anti-doping può comportare la stessa sanzione applicata in caso di un campione con risultato positivo. Se l’atleta rifiuta di eseguire il controllo, deve spiegarne i motivi nel modulo di notifica e informarne al più presto le autorità sportive».

Parallelamente al Coni e alle singole federazioni si muove anche un altro soggetto molto importante: il Ministero della Salute.
Infatti, la Legge 376/2000 (ne abbiamo già accennato nella puntata precedente), oltre a istituire una Commissione (nata poco dopo la creazione della Wada) allo scopo di vigilare sull’attività del laboratorio d’analisi accreditato, garantisce alla Svd (Sezione per la vigilanza e il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive del comitato tecnico sanitario ndr) la possibilità di predisporre nuovi controlli presso le sedi di gara e svolgere altri test oltre quelli “ordinari” già previsti dalle federazioni.
Non va dimenticato, inoltre, che la legge 376 ha introdotto per la prima volta in Italia il doping come reato.

L’azione del Ministero risulta particolarmente importante laddove i controlli sono meno intensi (pensiamo ai settori giovanili). Si tratta di un’attività preventiva che ha il preciso intento di fermare il fenomeno e tutelare la salute degli atleti.

Oltre ai soggetti appena indicati va, ovviamente, ricordato il “grande occhio” della già citata Wada (World Anti-Doping Agency ndr) che, autonomamente, ha l’autorità per richiedere, a sua discrezione, ulteriori controlli sugli atleti.

CHI E DOVE SI EFFETTUA IL PRELIEVO?

Il prelievo dei campioni di materiale biologico viene effettuato dai “medici prelevatori” durante una gara, presso la struttura d’allenamento, ma anche al domicilio dell’atleta a cui è richiesto di produrre, all’interno di un recipiente, un unico volume di urina.

L’urina raccolta sarà poi ripartita in due flaconi: A (può ospitarne un volume maggiore) e B (un volume inferiore).
I due flaconi hanno uno scopo preciso: il primo (A) sarà impiegato per le analisi di routine da parte del laboratorio, mentre il secondo (B), immediatamente congelato una volta preso in carico dal laboratorio accreditato. E mai più toccato.
Potrà essere aperto solo alla presenza dell’atleta, oppure di un suo rappresentante, in caso di controanalisi.

Entrambi i flaconi, che devono rispondere a caratteristiche qualitative imposte dalla Wada, vengono sigillati al fine di impedire ogni tipo di manomissione.
Un’altra peculiarità dei flaconi (distinti anche dal colore dell’etichetta, arancione quello A, blu il B ndr) riguarda il codice alfanumerico impresso sull’etichetta – ovviamente identico per entrambi -, combinazione obbligatoriamente riportata sul verbale di prelievo consegnato all’atleta.

Al laboratorio di Roma (Fmsi – Federazione medico-sportiva italiana – l’unico in Italia con accreditamento Wada e Iso 17025), in attività presso il centro sportivo Coni dell’Acqua Acetosa, sono consegnati prevalentemente flaconi prodotti dall’azienda svizzera Berlinger.
Si tratta di due “boccette” di nuova generazione la cui chiusura è garantita da un sigillo con ghiera metallica. L’apertura è permessa solo attraverso la pressione sulla ghiera stessa esercitata da un’apposita pressa allo scopo d’impedirne manualmente l’effrazione.

Infatti, una volta completata l’operazione di chiusura dei flaconi contenenti materiale biologico, non sarà più possibile l’apertura se non all’interno del laboratorio Fmsi.

La Wada, tuttavia, permette d’impiegare anche altri kit capaci, comunque, di rispettare gli standard qualitativi imposti dall’agenzia.

Nel “set di prelievo” scelto dall’atleta sono custoditi i flaconi, i sigilli e le etichette con impressi i codici alfanumerici da apporre sul verbale di prelievo.
Quest’ultimo, compilato in multicopia, sarà consegnato pure all’atleta sottoposto a controllo che, dopo averne preso visione, firmerà per ricevuta.

COME ARRIVANO I FLACONI IN LABORATORIO?

I tempi di consegna al laboratorio dipendono inevitabilmente dalle modalità di viaggio.
Possono essere consegnati, all’interno di una borsa di trasporto, direttamente dal medico prelevatore (a differenza del sangue, trattandosi di urina, non parliamo di un contenitore a temperatura controllata ndr), oppure passare di mano attraverso un corriere abilitato a questo tipo di spedizioni.

Si tratta (lo vedremo prossimamente nell’intricato caso del marciatore Alex Schwazer) di passaggi obbligatoriamente tracciati in quella indicata come “catena di custodia” esterna al laboratorio.
Parliamo di un nuovo verbale in cui sono evidenziati tutti i passaggi effettuati dal medico, corriere/i e dal laboratorio.
Nel nuovo documento il responsabile del prelievo riporta l’ora d’inizio e fine dell’operazione e registra ogni spostamento dal luogo della gara, compresa, ovviamente, la consegna al corriere. Quest’ultimo sottoscrive il verbale e prende in carico i flaconi fino a consegnarli, in seguito, al laboratorio di Roma, luogo ultimo di destinazione.

La “catena di custodia” accompagna la busta con i verbali di prelievo fino al laboratorio che, una volta presa visione del contenuto, verificherà la presenza di eventuali non conformità (mancanza di orari, assenza di firme etc.).

È bene chiarire che l’assenza di una firma sui verbali non stoppa l’esame dei flaconi.
Il laboratorio interrompe l’analisi dei campioni solo se viene meno il principio d’imparzialità del risultato.
Cioè, per fare un esempio, nel caso in cui un medico compilasse, inavvertitamente, i verbali appoggiando una copia sull’altra (funzionano, per chiarire, tipo carta carbone ndr).

In questo caso, alcune delle informazioni presenti esclusivamente sulla copia dell’atleta, potrebbero risultare evidenti anche sul duplicato in dote al laboratorio. Una circostanza vietata.
Al laboratorio di Roma deve essere consegnata una copia del verbale priva di ogni indicazione riguardante l’atleta, al fine di mantenere un rigoroso anonimato.

Mediamente i flaconi arrivano al laboratorio entro 24 ore dal momento del prelievo.
L’attività del laboratorio antidoping, una volta presi in carico i flaconi, sarà oggetto dell’approfondimento della prossima puntata, in cui spiegheremo anche il completo iter analitico cui sono sottoposti i campioni contenenti il materiale biologico.

(2 – Continua)

Carlo Cattaneo
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