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Bibbiano

Bibbiano e affidi, tutta la verità: «Per il sistema meglio sottrarre che aiutare»

Bambini improvvisamente strappati alle loro famiglie, Tribunali svogliati che delegano ai servizi sociali il destino di minori innocenti. E soldi, tantissimi soldi ad alimentare il business degli affidi facili. Maurizio Tortorella, giornalista, saggista, scrittore, una carriera spesa a “Panorama”, prima come inviato speciale e poi come vice direttore, regala ai lettori di “Orwell.live” una fotografia sull’inchiesta “Angeli e Demoni”, condotta dalla Procura di Reggio Emilia.

Nei confronti dei 27 indagati l’elenco dei reati ipotizzati dal pubblico ministero Valentina Salvi è lunghissimo: frode processuale, depistaggio, maltrattamenti su minori, lesioni gravissime, falso ideologico e in atto pubblico, violenze aggravate, tentata estorsione, peculato e abuso d’ufficio per un totale di 102 capi d’imputazione.

Grazie al libro “Bibbiano e dintorni” (Paesi edizioni), Tortorella accende un faro sul sistema degli affidi, smascherandone anomalie, distorsioni, superficialità e inefficienze.
Quella che pubblichiamo oggi è la prima parte dell’intervista.

D: Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

R: Il desiderio di scrivere il libro è maturato in me contemporaneamente all’uscita dell’inchiesta. D’altra parte quasi sono vent’anni che mi occupo d’inchieste legate alla giustizia minorile. Più precisamente dal 2001 quando ho conosciuto i genitori di Angela Lucanto.

D: Lei vanta, infatti, già una pubblicazione importante sullo stesso tema…

R: Sì, il libro “Rapita dalla giustizia”, uscito 10 anni fa, cui s’è ispirata la fiction “L’amore strappato”, trasmessa da Canale 5, con attori del calibro di Sabrina Ferilli e Enzo Decaro.

D: Del caso Lucanto parleremo tra poco. Qual è stata la sua reazione dopo aver appreso dell’inchiesta?

R: Quando il 27 giugno è scoppiato il “Caso Bibbiano”, con l’arresto di sei persone accusate di reati gravi (l’addebito su cui è incardinata l’inchiesta riguarda la sottrazione di 10 bambini alle famiglie d’origine sulla base della compilazione di documenti falsi, ndr), ho avuto la riprova dei miei peggiori sospetti. Nella mia esperienza di giornalista ho avvertito l’esistenza di qualcosa di profondamente sbagliato. Anomalie di cui si macchia l’intero sistema.

D: Insomma, ha sentito nuovamente la necessità di aprire la “scatola nera”, come l’ha definita nel suo libro, che custodisce l’intreccio esistente tra i Tribunali dei minori, i servizi sociali e le case-famiglia. È corretto?

R: Sì. Ho ritenuto doveroso sfruttare lo spunto offerto dall’inchiesta della Procura di Reggio Emilia per raccontare tutto ciò che non funziona nel sistema.

D: Una premessa importante, lei è garantista?

R: Assolutamente sì. Anzi, è giusto evidenziarlo senza fraintendimenti, anche alla luce del fatto che, pur essendo partito il processo, ancora non esiste una richiesta di rinvio a giudizio. Tuttavia, la Procura di Reggio Emilia sembra orientata a muoversi verso il “giudizio immediato” a novembre…

D: Senza passare dal rinvio a giudizio?

R: Da quello che ho intuito, sì. Per la Procura il valore probatorio delle accuse è talmente cristallizzato da giustificare la richiesta di giudizio immediato. Poi, ovviamente, sarà un giudice a decidere come procedere.

D: Arriviamo al punto: cosa non funziona nel sistema degli affidi? Cosa c’è di sbagliato, di anomalo e di scorretto?

R: Sono tantissime cose e diverse tra loro. Partiamo dai servizi sociali. L’articolo 403 del Codice Civile, il Regio Decreto n. 262 del 16 marzo 1942…

D: Perdoni l’interruzione: si tratta, dunque, di un articolo vecchio di 77 anni e mai aggiornato?

R: Sì. Abbiamo assistito a diversi tentativi di modifica da parte del Parlamento, ma inconcludenti. Al momento siamo ancora fermi a quella norma.

D: Andiamo avanti…

R: Dicevo che quest’articolo conferisce all’autorità pubblica il diritto, nel caso in cui un bambino abbia qualche problema (un elenco praticamente infinito), di sottrarre un minore alla patria potestà dei genitori. Da questo principio generale, però, discende un’eccessiva facilità nell’allontanamento.

D: Pur mantenendo fermo il principio stabilito dall’articolo 403, stringiamo il raggio d’azione. Quante responsabilità attribuisce alla riforma dei servizi sociali, (legge 328/2000 ndr) voluta dall’allora ministro per gli Affari sociali Livia Turco? Ha creato confusione nella gestione degli affidi?

R: Diciamo che ha contribuito a creare il business. Quel testo, infatti, stabilisce che i Comuni, quindi gli assistenti sociali, possono affidare a privati (consorzi, cooperative, società esterne etc.), tutti i servizi necessari ai bambini allontanati dalle famiglie.

D: Un business certamente interessante…

R: Ovvio, considerando che in Italia i Comuni sono più di 8.000. Tuttavia, è il meccanismo che innesca l’affido a preoccupare…

D: Spieghi meglio.

R: È sufficiente un sospetto, una semplice telefonata oppure lettera anonima per giustificare l’intervento dei servizi sociali ai danni di una famiglia.

D: In questo caso, dunque, basterebbe l’antipatia personale di un collega di lavoro, di un parente, oppure, di un vicino di casa per far scattare una denuncia pur in assenza di condotte scorrette?

R: Esatto. In seguito, sulla base di una relazione stilata dai servizi sociali a fronte di un sopralluogo, potrebbe anche essere disposto da parte del Tribunale l’allontanamento del minore dalla famiglia.

D: Ma chi attesta la veridicità della relazione?

R: In teoria un giudice minorile.

D: Perché in teoria?

R: Perché non sempre è così. Spesso i servizi sociali agiscono autonomamente. E i giudici minorili troppo spesso si affidano alle loro relazioni. I controlli non sono stringenti, diciamo così…

D: Faccia un esempio.

R: Mi spiego. Una legge del 2001 proibisce l’allontanamento di un bimbo dalla propria famiglia per motivi economici. Invece, è una circostanza che capita con frequenza impressionante. A stabilirlo non sono io, ma la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza che fissa nell’indigenza economica, abitativa e lavorativa dei genitori il principale motivo (63% dei casi, ndr) del collocamento presso istituti d’accoglienza autorizzati.

D: Uno dei casi che ha fatto più scalpore riguarda i bambini di Anzio finiti in una casa famiglia.

R: Per i sei bambini che lei cita il Comune di Anzio ha speso, in poco più di tre anni, tra i 700/800 mila euro 1. Senza contare il dolore provocato dal distacco. Quello non ha prezzo.

D: Le sue “punture” nei confronti dei servizi sociali hanno lo scopo di delegittimare un’intera categoria di professionisti?

R: Assolutamente no. Anzi, sono convinto che la categoria degli assistenti sociali sia composta nella stragrande maggioranza da persone degnissime animate da autentico spirito di missione. Non nutro alcun desiderio di vedere criminalizzato un intero settore. Bibbiano, però, ha gettato sulla categoria un marchio d’infamia gravissimo. Insomma, è inutile negarlo. La parte onesta formata da moltissimi assistenti sociali competenti, quella, per intenderci, rappresentata da persone attente, buone e scrupolose nel proprio lavoro dovrebbe, per prima, mostrare risentimento verso i responsabili di condotte scorrette. Atteggiamenti che non denuncio io, ma che emergono dalle carte dell’inchiesta. Atti, lo ricordo ai lettori, ancora incompleti perché l’indagine, nel frattempo, prosegue a fari spenti.

D: Parliamo dei giudici minorili?

R: Parliamone. I giudici minorili dovrebbero approfondire ogni caso che viene loro sottoposto. Lo fanno? Come ho evidenziato poco fa, secondo me, non sempre è così. Molti avvocati, professionisti degni di fede anche se inevitabilmente di parte, descrivono i giudici minorili come «impermeabili alla difesa». Non l’ascoltano. In molti casi agli avvocati viene addirittura impedito di partecipare alle udienze.

D: È illegittimo.

R: Certo, è al di fuori di ogni procedura, direi che è anticostituzionale: ma in moltissimi casi funziona proprio così. All’udienza, spesso, sono chiamati a partecipare solo i servizi sociali che hanno stilato la relazione e i genitori coinvolti, ma non l’avvocato che dovrebbe poter difendere questi ultimi. Una follia, una pratica ingiusta che deve essere cancellata. Anche perché, sarà un caso, però queste “anomalie” avvengono soprattutto con coppie particolarmente indigenti, oppure stranieri con problemi culturali (per esempio la scarsa conoscenza della lingua). Il sistema, dunque, evidenzia premesse diverse rispetto a quelle che ci aspetteremmo: preferisce sottrarre piuttosto che aiutare. Mi permetta un’aggiunta.

D: Prego.

R: Quando il 27 giugno deflagra l’inchiesta “Angeli e Demoni” (dal nome di un fortunato romanzo di Dan Brown, ndr), in cui la Procura di Reggio Emilia accende i riflettori sull’affidamento relativo a 10 bambini sottratti alle loro famiglie per decisione del Tribunale dei minorenni di Bologna (autorità che ha giurisdizione su tutta l’Emilia Romagna), si verifica un’ulteriore anomalia: quello stesso Tribunale decide di riaprire i fascicoli riguardanti altri 70 casi d’affidamento sospetti.

D: Perché lo fa secondo lei?

R: Il presidente del Tribunale, Giuseppe Spadaro, ha giustificato la decisione dichiarandosi vittima d’infedeltà da parte dei servizi sociali e degli psicologi del Centro Studi Hansel e Gretel.

D: Con quale criterio, allora, questi 70 bambini sono stati allontanati dalle loro famiglie d’origine?

R: È una bella domanda. Pur riconoscendo lo scrupolo con cui il Tribunale di Bologna ha deciso di rivedere alcuni provvedimenti assunti in passato, mi chiedo se non si potesse alimentare prima il fuoco del dubbio. Come hanno valutato i giudici minorili di Bologna, le prove portate loro dai servizi sociali? Hanno ascoltato le famiglie coinvolte? Hanno ascoltato gli avvocati delle parti in causa? Ma il problema non riguarda solo Bologna, è molto più generale. E la domanda è: come funziona la giustizia minorile in questo Paese?

D: Quanti sono, in Italia, i bambini in carico ai servizi sociali?

R: Ottima domanda: non lo sa nessuno. Secondo una stima del 2015 del Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza, i bambini in custodia erano allora poco più di 457.000. Dato impreciso che non distingue chiaramente il numero di bambini allontanamenti destinati a “strutture residenziali” o famiglie affidatarie, da quelli, invece, semplicemente seguiti dai servizi sociali nelle loro abitazioni.

D: Com’è possibile che il nostro Paese sia sprovvisto di una “banca dati” precisa relativa agli affidi dei minori?

R: Me lo chiedo anch’io e lo denuncio dal 2005. In verità, la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza ha sollecitato l’invio, Regione per Regione, dei dati relativi agli affidi, ma con scarsi risultati. Purtroppo i documenti pervenuti alla Commissione (peraltro solo da alcune realtà) sono parziali e approssimativi.

D: Chi è avvantaggiato dalla poca trasparenza?

R: Semplice: l’opacità è funzionale al business. Nessuno sa con precisione quanti sono i bambini, nessuno sa quante sono le “Case-famiglia”, nessuno sa con precisione a quanto ammontano le rette…

D: A proposito di rette: non conoscendo il numero preciso dei bambini ed essendo la spesa sostenuta variabile da caso a caso, sarà impossibile anche dedurre l’ammontare complessivo dell’intervento da parte dello Stato…

R: Confrontandomi con esperti e operatori del settore ho scoperto che le rette, per ogni bambino, oscillano da 35 a 416 € al giorno. L’ampio spettro, ovviamente, è determinato anche dai diversi servizi offerti. L’intervento può essere circoscritto alla custodia semplice con alimentazione, fino all’integrazione con sedute di psicoterapia e servizi sanitari specialistici anche molto complessi. Il campo, quindi, è vasto.

D: Un minore, mediamente, quanto tempo resta in affido?

R: Due anni. Ipotizziamo una spesa di 100 €, da moltiplicare per il numero dei bambini stimato dal Garante, per 365 giorni…faccia lei il calcolo.

D: Sarebbero più di 16 miliardi! Nel libro, però, lei stima più ottimisticamente 5 miliardi di euro l’anno che resta comunque un importo rilevante…

R: Vero. Abbiamo preferito una stima molto prudenziale: la cifra scaturisce da un calcolo basato su un numero di bambini in affido inferiore. Giusto per non essere tacciato di catastrofismo. O spettacolarizzazione…

 

– fine prima parte, continua domani

 

1 Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, Indagine conoscitiva 17 gennaio 2018
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