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Innovazione

Arrivano i robot che parlano e… amano?

 

Se i robot in grado di parlare si vedevano solo nei film di fantascienza, nei prossimi decenni potremo incontrarli nella vita quotidiana. Infatti, tra i programmi dell’intelligenza artificiale che, negli ultimi anni, si sono più evoluti ci sono proprio i chat-bot, ovvero dei software che consentono alle macchine di dialogare con le persone in carne ed ossa.

Si tratta di una funzione che già esisteva, basti pensare alle casse automatiche che si trovano ai caselli autostradali, nel GPS stradale o negli assistenti digitali come Siri o Alexa. Nel futuro, però, i robot potrebbero allargarsi anche ad altre sfere della nostra vita, compresa quella affettiva.

Si tratta di uno scenario che, al di là dei timori e dei catastrofismi, potrebbe effettivamente cambiare la relazione tra uomo e macchina.

I ROBOT OGGI

Il lavoro è il campo della vita in cui i robot hanno implementato maggiormente la loro presenza. Diverse mansioni che fino a qualche anno fa venivano svolte da lavoratori umani, già oggi e ancor di più nel prossimo futuro potrebbero essere svolte da macchine. Non solo quelle manuali, ma anche quelle più qualificate.

Già oggi assicurazioni, banche e compagnie telefoniche si affidano a software chat-bot nell’assistenza ai clienti. Sempre nell’ambito dei servizi, alcuni marchi della ristorazione si stanno avvalendo di camerieri-robot in grado di parlare. Dopo Stati Uniti e Cina, anche in Italia sono arrivati ristoranti in cui è possibile ordinare attraverso un tablet e a portare il cibo ai tavoli non sono persone ma androidi dall’aspetto “umano”.

OLTRE IL LAVORO

La crescita di qualità dell’intelligenza artificiale potrebbe portare i robot anche in altre sfere della vita quotidiana, a cominciare – come detto – da quella affettiva. Da circa due anni diverse aziende cinesi e giapponesi stanno producendo dei robot “da compagnia”. Alcuni hanno funzioni di aiuto, come quella di raccogliere lo sporco, altri invece possono giocare con i figli o scambiare brevi discorsi.

Se pensiamo che oggi (a parte questa parentesi del coronavius) il tempo che i genitori trascorrono con i proprio bambini è sempre più ridotto, ci rendiamo conto del rischio di perdita del calore umano e affettivo (un abbraccio, un sorriso, una carezza, una “coccola”) che solo i genitori possono trasmettere.

Anche nel mondo degli adulti, però, le relazioni con gli esseri artificiali potrebbero diventare sempre più frequenti. Già dal 2018 sono in commercio i sexbot, delle “bambole gonfiabili” pensate per offrire piacere sessuale a chi le acquista. Rispetto a un partner in carne ed ossa, la macchina non richiede attenzioni e obbedisce automaticamente agli ordini impartiti. Nella sociologia sessuale questa pratica si chiama “Digisex”, cioè sesso tramite dispositivi digitali.

Se questi saranno rapporti più sicuri e meno complessi chi farà i figli? La “scienza” ha già una risposta pronta da anni: la fecondazione surrogata (se non artificiale): uteri in affitto e bambini venduti su Amazon…

Se poi un bambino vero fosse troppo impegnativo, ecco che l’Università di Osaka, in Giappone, ha pensato di brevettare un robot con le sembianze di un bimbo. Il nome che i ricercatori hanno dato all’umanoide è “Affetto”, proprio per enfatizzarne il sentimento. Affetto, secondo ricercatori, sarebbe in grado, infatti, di provare emozioni come gioia, tristezza e addirittura dolore fisico.

Grazie ai collegamenti dei sensori celebrali a quelli facciali, il suo viso è in grado di sorridere e i suoi occhi di piangere. Finito di costruire nel 2011, negli anni è stato aggiornato nelle sue tecnologie e le sue espressioni si sono affinate. La somiglianza con un bambino reale è davvero impressionante.

VERSO UN’UMANITÀ IBRIDA?

Le innovazioni nel campo della robotica stanno cambiando le relazioni fra uomo e macchina. La domanda che nasce spontanea è se le macchine sostituiranno gli esseri umani.

I robot non essendo instabili di umore e non invecchiando rimangono sempre “perfetti” sia sotto l’aspetto pratico che della personalità. Diversi sociologi hanno evidenziato che persone sole e insoddisfatte potrebbero rivolgersi ai robot proprio perché garantiscono affetto e fiducia.

In realtà, come ha sottolineato la psicologa americana Sherry Turkle, la tranquillità che danno è fittizia, proprio perché la macchina non prova emozioni (anche se le mostra) e non ha esperienze di vita (anche se le simula). Al contrario di un essere umano che, invece, prova dei bisogni autentici.

Almeno per ora, quindi, sembra che la sensibilità dei robot non sia paragonabile a quella di un uomo. Alla classe dirigente del futuro spetterà il compito di sostenere il progresso tecnologico senza dimenticare la centralità della persona.

 

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Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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