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Tesla Germania: la green economy che distrugge la natura

Abbattere gli alberi ma vantarsi di essere ecosostenibili. Sembra una contraddizione, invece è la realtà. A Grünheide, in Germania, sta nascendo Gigafactory, la prima fabbrica europea di auto elettriche a marchio Tesla, ma per costruirla l’omonimo stabilimento sta disboscando 92 ettari di foresta.

Secondo gli ultimi studi, l’intera foresta ha le dimensioni di circa 150 campi da calcio e, per l’intera regione tedesca rappresenta una grande risorsa naturale per la quantità di specie di fauna e di flora presenti nel bosco. Oltre a essere un polmone contro l’inquinamento, è una fonte di materie prime per la filiera legno.

Così, preoccupati per la propria città e per il proprio futuro, gruppi ambientalisti e residenti della zona hanno protestato contro la costruzione dell’impianto. Un altro timore da non sottovalutare riguarda il consumo dell’acqua per far funzionare della fabbrica. Senza parlare del consumo di suolo che, qualora Gigafactory dovesse espandersi, interesserebbe anche una riserva naturale vicina.

Dopo le manifestazioni di protesta, il tribunale di Berlino ha sospeso la costruzione dell’impianto. All’inizio di febbraio, però, Tesla ha fatto ricorso alla Corte amministrativa, vincendo la causa. Le proteste a questo punto sono riprese nei giorni successivi anche in maniera violenta e per ripristinare l’ordine è servito l’intervento della polizia.

Da questa settimana i lavori sono ripartiti e ogni giorno si possono vedere operai e ruspe che attaccano gli alberi. Altro che Amazzonia.

Ruspe la lavoro nella foresta di Grünheide

Dal canto suo Elon Musk, cofondatore e l’amministratore delegato di Tesla, difende la propria iniziativa.
L’investimento, pari a 4 miliardi di euro, porterà 10.000 posti di lavoro. Poi, per la Germania e l’intera Europa, ha detto, si tratta di un “fiore all’occhiello” dato che nel mondo esistono solo altre 3 fabbriche Tesla: una a Shangai, in Cina, e due negli Stati Uniti. L’apertura della Gigafactory è prevista per il luglio 2021 e produrrà più di 500mila auto e batterie ogni anno.

Dalla sua fondazione avvenuta nel 2003, Tesla ha sempre dichiarato di essere un’azienda attenta all’ambiente. L’intento di Musk e dei suoi soci investitori è quello di realizzare automobili ibride e elettriche destinate al mercato di massa. In parte ci sta riuscendo, tanto che nel 2016 il SUV Model X, a propulsione elettrica, è stato il veicolo più venduto in Norvegia.

Intanto, nel 2017, Tesla ha superato per la prima volta Ford e General Motors in capitalizzazione azionaria diventando l’azienda automobilistica statunitense di maggior valore.

Fa sorridere il fatto che, per produrre vetture “non inquinanti” perché riducono le emissioni di anatide carbonica, si debba distruggere una foresta che, da sola, converte in ossigeno più anidride carbonica di quella che le auto elettriche possono evitare.

Il tutto avviene nel silenzio assordante dell’Unione Europea di Ursula Von Der Leyen, che pure si riempie la bocca con il suo “European Grean Deal”. Eppure, di “green economy” parlano tutti e la sostenibilità dovrebbe essere una prerogativa obbligatoria a qualsiasi livello. A prescindere dal dibattito fra chi crede o meno alla responsabilità umana del surriscaldamento climatico; è un fatto che i cittadini dei Paesi occidentali sono oggi più attenti ai problemi ecologici e pretendono altrettanta sensibilità da parte delle imprese.

Negli ultimi anni la sostenibilità è diventata anche una strategia di marketing, attraverso la quale diversi marchi propagandano il proprio impegno (vero o presunto) verso l’ambiente per attirare sempre più clienti. Il caso di Tesla, in Germania, dimostra però quale sia l’idea che muove un certo “turbocapitalismo” a cavalcare il green marketing solo al fine di implementare il proprio business, senza avere, in realtà, alcun autentico rispetto per l’ambiente o amore per il Creato.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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