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Hikikomori: il disagio che ti chiude in casa

Chiusi nelle loro stanze passano le giornate davanti a un computer o allo smartphone senza nessun contatto reale con il mondo esterno. Sono gli “hikkikomori”, ragazzi giovani, adolescenti che, a causa di un profondo malessere e dell’incapacità di relazionarsi, si isolano dal mondo.

Hikkikomori è un termine giapponese che tradotto significa “stare in disparte” e indica chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi. Il fenomeno è nato proprio in Giappone e, con il tempo, si è allargato ai Paesi economicamente sviluppati di tutto il mondo, tra cui anche l’Italia.

«Lo stato degli hikkikomori non deve essere confuso con la dipendenza dalla tecnologia, che ne è solo una conseguenza», Ci spiega Marco Crepaldi, psicologo e presidente dell’associazione Hikkikomori Italia. «Le cause dell’isolamento sono da ricercare nella famiglia, nella scuola, nel carattere e nelle relazioni sociali degli individui». La crescente competitività genera l’autoesclusione che rappresenta una strategia per evitare il giudizio altrui. Secondo le ultime statistiche, in Italia, si contano almeno 100mila casi di ragazzi chiusi nelle proprie case.

L’età in cui i soggetti iniziano a mostrare i primi segni di chiusura rispetto al mondo è l’adolescenza, giusto?

«Sì, in Italia l’età media in cui i ragazzi iniziano a manifestare i primi disagi è verso i 15 anni. Rispetto alle femmine, i maschi risultano più inclini all’isolamento, perché sentono più pressione nella sfera sociale (amicizie o le relazioni sentimentali). Sono soprattutto gli individui più timidi a cadere nella solitudine perché la difficoltà a instaurare rapporti soddisfacenti li fa sentire falliti».

Quali sono le caratteristiche comune degli hikikomori?

«Solitamente si tratta di ragazzi di età giovanissima che vivono in famiglie benestanti e con entrambi i genitori che hanno un livello alto di istruzione. Ciò può essere un ulteriore pressione per loro, proprio perché sono cresciuti con l’idea di soddisfare le aspettative dei genitori».

In quali regioni si registrano più casi?

«Perlopiù nel Nord Italia, pochi nel Centro e in misura assai minore al Sud. Questo perché le regioni più ricche sono anche le più competitive».

Quali sono le prime avvisaglie che si manifestano?

«All’inizio diventano solitari, nervosi e non si cercano più gli amici o i compagni. Sono segnali di insofferenza e di malessere. Poi diventano sempre più repulsivi, fino a passare intere giornate nella propria camera e con il desiderio di abbandonare la scuola».

Come deve comportarsi la famiglia?

«Quando i genitori notano comportamenti strani occorre intervenire subito e lo strumento più adatto rimane il dialogo. Spesso però le famiglie si accorgono troppo tardi dei segnali di disagio dei figli, ma non bisogna scoraggiarsi».

In che modo è possibile approcciarsi?

«Sempre con il confronto, perché forzare a uscire di casa o ad andare a scuola produce solo effetti negativi. Poi occorre che anche la scuola faccia la propria parte, magari cercando un percorso didattico personalizzato con lezioni domiciliari o via Skype».

Anche i ragazzi più intelligenti possono diventare hikikomori?

«Sì, e la famiglia però non deve cadere nell’errore di considerarli figli che non hanno voglia di studiare. Si tratta di ragazzi che temono il giudizio degli altri e nell’ambiente scolastico non si sentono a proprio agio».

Come lavora la vostra associazione?

«Siamo nati nel 2012 come blog per sensibilizzare sul tema degli hikikomori e in poco tempo abbiamo registrato contatti da tutta Italia. Il nostro obiettivo è quello di connettere ragazzi, genitori e professionisti come gli psicologi e dare loro un aiuto. Negli ultimi tempi stiamo andando nelle scuole per far conoscere il fenomeno».

In Italia il fenomeno degli hikkikomori sta ricevendo la giusta attenzione?

«Beh, l’attenzione nei confronti del fenomeno sta crescendo ma finora è stato fatto troppo poco per far conoscere la portata e gli effetti».

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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