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Comunicazione

Media e terrorismo (3): Il Jihad come format

Termina oggi la pubblicazione dell’intervento di Luca Rigoni pubblicato su “Comprendere il terrorismo” a cura di Ranieri Razzanti (Ed. Pacini Giuridica) su gentile concessione dell’editore.

Il mondo è piatto. È il titolo, famoso, di un saggio di Thomas Friedman, grande esperto di questioni mediorientali ed editorialista principe del ‘New York Times’: “Il mondo è piatto. Breve storia del Ventunesimo secolo” (2005). La globalizzazione – sostiene Friedman – è fra l’altro appiattimento del mondo per quando riguarda la società e l’economia. È in corso un effetto-livella fra i paesi industrializzati e quelli emergenti, e questo anche se non soprattutto grazie al web, oltre che ai processi in atto dell’economia globalizzata.

Una visione suggestiva: «L’inizio del ventunesimo secolo sarà ricordato non per i conflitti o gli eventi politici, ma perché ha segnato la nascita di una nuova era della globalizzazione, di un appiattimento del mondo». Centrale quanto alla riflessione sul nostro secolo, e quanto alla visione, opinabile quanto all’ottimismo, il saggio di Friedman. E infatti l’appiattimento non ha sgretolato le differenze sociali ed economiche tra il primo e il terzo o quarto mondo. Anzi, la rabbia scatenata anche nel primo mondo e riversatasi nei cosiddetti “populismi” segnala come non solo a Calcutta non si viva come nella Silicon Valley (almeno non ancora), ma come la ricchezza si sia concentrata sempre più nelle mani di poche persone, al netto del miglioramento della qualità della vita, ad esempio, in paesi come l’India.

Ma la piattezza certo riguarda invece il mondo come lo si percepisce via web. I social soprattutto, la possibilità per tutti di esprimersi o comunque di comunicare – prima bisognava trovarsi una testata, una televisione, una casa editrice, una scatola su cui salire, una stamperia per i propri poster o manifestini – hanno appiattito la percezione (non la realtà) del proprio pensiero nel mondo. Dal verticale all’orizzontale. Caduti i filtri, arrivati all’”uno vale uno”, alla formula facile, ma efficacissima a livello della propaganda di Steve Bannon, del popolo contro le élite, allora salta ogni regola, ogni convenzione e convinzione, ogni opportunità e persino opportunismo, ogni filtro, ogni pertugio o porta o cancello. Tutto è orizzontale, tutto è piatto, tutto è accessibile, tutto è aperto.

Ecco quindi che se i media tradizionali (oltretutto spesso in crisi economica anche a causa del web) vengono percepiti sempre più come elitari, manipolatori per conto della classe dominante, e internet invece come flusso orizzontale e pulito dell’informazione dove, in più, ognuno può dire la sua anche su argomenti a forte specializzazione, dalla scienza alla medicina all’economia alla politica internazionale (l’uno vale uno, ormai, duella verbalmente sui virus o sull’euro o sulla situazione a Karachi, poco importa), anche la comunicazione del terrorismo si muove libera e incontrastata nelle praterie del web. Per non parlare del deep web. E quando è filtrata da giornali, tv, siti o testate internet (mostrare e dire cosa e fino a che punto) può sorgere il sospetto che ciò sia fatto con intenti manipolatori, e da parte di istituzioni governative o economiche che hanno interesse a imprimere uno ‘spin’ alle notizie e a commentarle in maniera interessata e fuorviante.

LA RETE “SPALMA” IL TERRORE

Secondo vari studiosi il rapporto fra media e terrorismo vede almeno tre fasi. La prima: il terrorismo come atto singolo – gesto di protesta, di lotta, non organizzato – diffuso dalla stampa per un pubblico non globale ma alfabetizzato. La seconda: il terrorismo come prodotto di una organizzazione che raggiunge il vasto pubblico attraverso i mezzi di comunicazione generalisti (attraverso un processo di filtraggio giornalistico). La terza: l’avvento della rete, che sottrae via via forza alla televisione. È la fase che “spalma” l’atto di terrore un po’ ovunque, attraverso molteplici dispositivi, o come si dice, device. Ma è la fase che per buona parte scavalca ruolo e responsabilità di media e giornalisti.

L’Unesco, nel 2017, ha pubblicato un manualetto di istruzioni per la copertura degli atti terroristici. I punti che sinteticamente vengono indicati sono i seguenti:
– Informazione rapida, chiara, accurata, responsabile
– Consapevolezza dell’impatto dell’informazione sulla sicurezza generale
– Diffidare di teorie prive di fondamento, complottismi, distorsioni
– Verifica della veridicità delle immagini prima della pubblicazione
– Pubblicazione delle immagini senza indulgere in sensazionalismi
– Correzione degli errori al più presto e pubblicamente
– Senso delle proporzioni
– Non pompare l’azione dei terroristi né conferirle fascino
– Non promuovere la paura
Un insieme di regole e procedure, come si vede, per le redazioni.

Vari giornali ne hanno varate di proprie. Ma appunto parliamo di un modus operandi più o meno adeguato, meglio o peggio seguito, all’interno delle redazioni giornalistiche. E si può certo discutere del sensazionalismo, o all’opposto di un eccesso di censura, dentro le varie testate dell’informazione, scritta o parlata, rispetto a un attacco terroristico e alla sua diffusione. Ma si tratta di dibattiti interni alla professione (tecnici, etici) che solo poi ricadono su lettori o telespettatori.

L’immediatezza del web scavalca tutto questo. Il ruolo del giornalista riceve una robusta spallata, spesso di fronte all’evento in diretta la scelta di trasmettere o non trasmettere deve essere immediata, e si può sbagliare sul filo dei secondi. Senza contare ormai che le prime immagini e i primi video che si ricevono arrivano proprio dal web, in particolare da Twitter – e da casa, volendo, basterebbe seguirselo via hashtag: sono i testimoni oculari della tragedia a farsi per primi comunicatori mondiali della tragedia stessa. E se un tempo, nel caso delle dirette televisive, ci si serviva delle immagini dei circuiti presenti in loco, ora queste arriveranno, migliori e più dettagliate, solo più tardi. Ciò che arriva subito è la testimonianza dei singoli, non professionisti, presenti all’evento.

IMMEDIATEZZA VS MEDIAZIONE

L’altro grande dualismo, insieme con il verticale vs orizzontale. Come mediare, nel giornalismo tradizionale, l’immediatezza? C’è la corsa a dare per primi la notizia, la corsa ad avere le prime testimonianze, le primissime immagini. In realtà, inutile nasconderselo, è una rincorsa dietro al web. Si parte da lì, dalle prime immagini imprecise e confuse, poi sempre più a fuoco perché sempre più vicine. Poi dalle prime voci, poi – lentamente – lo zoom si allarga sulla situazione, sulle conferenze stampa ufficiali, sui primi inviati ad arrivare sul posto. E la televisione torna, per così dire, tradizionale, quella che conoscevamo o credevamo di conoscere. A questo punto possono intervenire gli ospiti in collegamento, gli analisti in studio, si possono raccogliere le prime reazioni politiche.

La fase più complicata, meno maneggevole, è la prima, la primissima. Ed è quella nella quale anche la tv generalista o i canali all-news possono fare la differenza, rispetto al moltiplicarsi dei segnali della diretta web. È questione di tempi: di notizie da verificare, di spostamenti di troupe, di dirette, di segnali da aprire, di ospiti da invitare: in questo la tv tradizionale, che una volta stracciava nei tempi la stampa, torna a essere un plantigrado. Ma anche lo spettatore, il lettore, meno attento (escludiamo chi è prevenuto ideologicamente) torna a rivolgersi ad essa, dopo la prima abbuffata internet. O perché non sa esattamente quali siti on line andare a cercare, o perché non ne ha voglia, o perché si stufa di testimonianze frammentarie e alla fine inconcludenti, superata la prima emozione, o perché esige un quadro più ampio nel quale includere, per provare a comprenderlo, quanto di drammatico vede avvenire davanti ai suoi occhi.

Ecco che dopo l’immediato, torna in campo il mediato. Magari non più in linea verticale, ma su di una linea orizzontale che arricchisca l’immediatezza con l’interpretazione, e l’analisi. La direttrice, in fondo, è piuttosto semplice, e va verso l’approfondimento: internet, all-news, tv generalista, carta stampata. Anche per non diventare strumenti di un terrorismo che è, prima di tutto, propaganda che chiede di essere mediatizzata, che necessita di amplificatori globali, che anzi colpisce proprio per esistere mediaticamente.

Qui la partita è tutta aperta e i media tradizionali, pure in fisiologico calo di ascolti, e sovente ascolti di qualità, possono e devono giocarsela fino in fondo.

(3 – Fine)

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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