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Interviste

Internet, comunicazione e governo: parla Iginio Massari

Il potere più grande di Iginio Massari è che lui è Iginio Massari. Constatazione certamente lapalissiana, ma al tempo stesso utile a sgombrare il campo da tutta una serie di domande superflue tipo «come si diventa i migliori?» e fesserie del genere. Sì, perché nell’epoca in cui gli atomi si sono smaterializzati in bit che corrono a mille all’ora nelle fibre ottiche del Web, vince sempre la sostanza. Quella vera, autentica, che non mente neanche se deve dirti che fai schifo.

Il Maestro, come lo chiamano i “suoi ragazzi”, è infatti una di quelle persone da cui s’impara sempre, ogni volta che abbiamo la fortuna di ascoltarle o di stare loro vicini. Un vero e proprio “predestinato” in primis perché ha capito sin da subito che, nella vita, nulla è scontato, neanche quando ti chiami Iginio Massari, hai quasi due milioni di follower sui social, ti è stato riconosciuto il World Pastry Star come “Miglior pasticcere al Mondo” e i media nazionali e stranieri fanno a gara per accaparrarsi la tua presenza.

Maestro, sente mai la responsabilità derivante dal suo essere opinion leader?

Ti dico che per come sono fatto io, se mi sentissi un “opinion leader” significherebbe che mi sarei cacciato in un angolo relegato nella presunzione. Non mi sono mai posto questa domanda, anche se avendo tutto questo seguito forse dovrei farlo, perché esprimo sempre un parere ed effettivamente ho una responsabilità. Detto questo, è ovvio che mi senta responsabile di tutto ciò che dico o scrivo, e per questo analizzo sempre tutto per essere sicuro di lanciare messaggi positivi.

Uno dei suoi tratti principali è il rapporto schietto e diretto con la verità: che opinione si è fatto sulla questione delle fake news?

Essere o non essere? Si domandava Amleto. Avere o essere era il dilemma di Eric Fromm. Si può parlare correttamente anche senza per forza dover destare l’interesse del prossimo. Le fake news sono due facce della stessa medaglia, per fare la differenza ed essere credibile devi mettere l’anima in ciò che comunichi.

Gli ultimi trent’anni sono stati senz’altro segnati dalla rivoluzione digitale, che ha letteralmente mutato il vivere quotidiano di miliardi di esseri umani in tutto il mondo: come ci immagina tra 50 anni?

Amo la tecnologia ma ho paura dei confini. Il mondo si sta orientando sempre più al servizio, mentre dovremmo riscoprire l’umanità e i servizi che a essa sono connessi. Il rischio è quello di una nuova schiavitù in cui le nostre esistenze dipenderanno dalla nostra nuova cognizione del mondo e delle cose, plasmata da quegli stessi servizi che già oggi viviamo come indispensabili. Un’economia basata sulla schiavitù, appunto, che come modello mi ricorda molto quella degli egizi.

Tecnologie come l’intelligenza artificiale l’affascinano o le fanno paura?

Entrambe le cose: i vantaggi sono tantissimi e immensi, ma osservo che l’uomo nell’arco della sua esistenza ha sempre commesso gli stessi errori. Non vorrei che ora ripetesse quello che commisero gli antichi Romani, che dopo oltre 4 secoli di Impero finirono sconfitti dai barbari perché non furono capaci di riconoscere i propri limiti: dove arriveremo di questo passo? Siamo sicuri che non arriverà qualcuno o qualcosa che ci riporterà con i piedi per terra? Quanto alle tecnologie, la prima cosa che mi domando è: dove va a finire la libertà? Oggi siamo tutti sotto controllo: telecamere, internet, carte di credito, telefonini. Bellissimo, ma dobbiamo sapere che questo significa anche che siamo considerati tutti come potenziali delinquenti.

Quanto contano coerenza, qualità, identità e costanza nel successo di un brand?

Questi elementi sono il successo del brand, chi finge di ignorarne anche soltanto uno è destinato a fallire miseramente. La qualità è immagine e la capacità di comunicare è assolutamente fondamentale, perché servire un brand non è una cosa che si costruisce a tavolino, ma significa andare continuamente, in ogni momento, incontro alle esigenze della gente che in quel determinato brand crede.

Nel 2015 in molti sul Web lanciarono la sua candidatura a Presidente della Repubblica: se lo diventasse davvero su cosa punterebbe forte e cosa, invece, eliminerebbe subito?

Fare il presidente non è un gioco per bambini o vecchi rimbambiti, servono qualità, esperienza e competenze non comuni e, conoscendomi, so che un ruolo del genere lo vivrei troppo intensamente. Personalmente avrei le idee chiare soprattutto su un provvedimento, ovvero farei in modo che nessuno possa diventare deputato o senatore senza essere in possesso di una cultura adeguata: istituirei un patentino per certificare le competenze per poter scrivere le leggi e assolvere a tutti i compiti – delicatissimi – che sono propri di chi fa politica. La libertà la riceviamo da chi la produce, e questo rende necessario che governino persone con una cultura adeguata per poter governare. Volendo essere ancora più esplicito, se uno dichiara che la TAV è lunga 45 milioni di kilometri significa che non ha la minima idea di cosa stia parlando, e in Parlamento non dovrebbe poterci entrare. Quindi, ripeto, ci vuole un patentino che abiliti a rappresentare lo Stato e scrivere le leggi.

Posso chiederle qual è la parola per lei più “dolce”?

Probabilmente farà ridere te e i tuoi lettori, ma appartiene a ogni singolo individuo ed è amore. Tu ami perché ami, senza obbligare o essere obbligato. Probabilmente non molti sanno esprimerlo correttamente e non possiamo contrattarlo o comprarlo al supermercato, ma lo diamo e basta, incondizionatamente. Per questo la parola amore ha un suono per me così dolce.

 

PS: oggi il Maestro compie gli anni, a lui i nostri migliori Auguri!

Written By

è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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