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Comunicazione

L’albero dei 5 Stelle e il seme della politica

di Alessandro Nardone – Per fare l’albero ci vuole il seme. L’essenza dell’attuale liquidità – ma forse sarebbe meglio parlare di liquefazione – dei partiti sta tutta nella celebre strofa che Gianni Rodari scrisse per Sergio Endrigo quaranta e rotti anni fa spiegando magistralmente a grandi e piccini come ogni cosa sia il frutto di tante altre che sono venute prima. La morale è che niente nasce dal nulla, nemmeno in politica. Non è un caso che il Movimento 5 Stelle viva il momento più difficile della propria giovane esistenza dopo aver ingoiato la pillola rossa scegliendo, così, di vedere quanto fosse realmente profonda la tana del bianconiglio nei palazzi del potere.

Vivaddio, negli ultimi tempi un po’ tutti si interrogano sulle conseguenze degli enormi mutamenti scaturiti dalla Rivoluzione Digitale, compiendo però troppo spesso l’errore di confondere il mezzo (in questo caso il Web e tutti i suoi derivati) con quello che c’è dentro (cioè noi).

Il problema non sono i social, gli smartphone o gli algoritmi, ma noi esseri umani e l’uso che ne facciamo, esattamente come in qualsiasi altro ambito, con ogni differente mezzo e nel corso di tutte le epoche. Potere, informazione, sesso, natura, cibo, lavoro, ideologie e financo religioni: ognuno degli elementi che compongono l’atlante della storia è stato piegato dall’uomo a immagine e somiglianza dei propri interessi. Quindi, tornando allo scenario politico, il “problema” contemporaneo non è l’esistenza di Facebook, Twitter o delle fake news, ma la mancanza di idee per le quali combattere e leader in cui credere.

Focalizzando ulteriormente l’obiettivo sulla comunicazione dei partiti, si evince come in questo momento le parole chiave della narrazione con cui Di Maio e i 5 Stelle divennero primo partito un anno fa non trovino corrispondenza nell’attuale “database” degli elettori. Si tratta di un principio elementare, basato sulla corrispondenza tra il messaggio iniziale, le aspettative che ha creato e in quale misura esse siano effettivamente soddisfatte.

In altri termini, l’errore sta nell’aver pensato di poter interpretare il ruolo di forza di governo – peraltro in coabitazione con uno dei tanto odiati partiti – utilizzando il medesimo linguaggio e gli stessi strumenti di partecipazione di quando si stava all’opposizione. Una volta investiti dall’onere di governare, per funzionare, organizzazioni come partiti e movimenti non possono in alcun modo prescindere dalla componente comunitaria – ovvero comune – a maggior ragione in una fase storica come l’attuale.

Se lo smartphone sta alla televisione come “second screen”, il Web dovrebbe essere istituzionalizzato e conseguentemente condotto alla funzione di “second chamber”, ovvero di strumento che faciliti i processi partecipativi senza però – attenzione – illudersi o illudere che li possa sostituire.

Le community online non possono assorbire le funzioni del Parlamento o di un consiglio comunale, così come prima del crollo delle ideologie non potevano farlo le sezioni, i circoli dei partiti o i movimenti extraparlamentari. In questo senso il caso dei 5 Stelle è paradigmatico, in quanto riguarda l’unica organizzazione politica ad essersi costruita in Rete a cui, però, manca la “first chamber”, ovvero la struttura in carne e ossa.

Per contro, la Lega gode di ottima salute per essere stata capace di compiere il percorso inverso aggiungendo, cioè, a una struttura sempre più radicata sul territorio (ora da Nord a Sud) una efficacissima cassa di risonanza sul Web, che viene utilizzata per diffondere online ciò che Salvini dice e fa (o dice di fare) nel mondo reale.

Vedete, è proprio qui che sta l’inghippo, perché in mancanza della struttura sul territorio, Di Maio e il Movimento 5 Stelle si vedono costretti a dover diffondere nel mondo reale ciò che fanno e dicono online invertendo, di fatto, i ruoli di voce e megafono. Come pensare di fare un seme piantando un albero.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy, è autore di 9 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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