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Politica

Al Centrodestra manca un orizzonte

Pur con tutti i limiti e i contrasti ormai consegnati ai libri di storia, l’offerta politica del Centrodestra pre-Pdl e pre-social era piuttosto chiara, poiché ognuno dei principali partiti che lo componevano possedeva una value proposition che ne caratterizzava l’agire politico: Forza Italia perseguiva la rivoluzione liberale, Alleanza Nazionale il presidenzialismo e la Lega Nord il federalismo.

Proprio questo, io credo, è il primo problema della coalizione che da qui alle prossime elezioni politiche rischia di bruciare l’enorme vantaggio accumulato: alzi la mano chi è in grado di fare altrettanto con le versioni attuali dei suddetti partiti. Impossibile per diverse ragioni, tutte oggettive.

Cominciamo dalla più banale: a parte Berlusconi e Forza Italia, sono cambiati i leader e, insieme a loro, anche i soggetti politici. Giorgia Meloni ha creato Fratelli d’Italia sulle macerie ancora fumanti di Alleanza Nazionale, mentre Matteo Salvini ha resuscitato una Lega moribonda (anche) trasformandola in un partito nazionale: entrambi raggiungendo percentuali del tutto inimmaginabili per i loro predecessori.

Risultati che sono il frutto di indubbi meriti ma, come dimostrano le parabole di Renzi e M5S, anche di uno scenario caratterizzato dal cosiddetto elettorato liquido, ovvero predisposto a cambiare orientamento con molta più disinvoltura rispetto ai decenni precedenti, nel corso dei quali il combinato disposto fatto di contrapposizioni ideologiche, partecipazione, carrierismo e assistenzialismo cristallizzava i consensi.

L’epocale mutazione generata dall’arrivo dei new media è senza alcun dubbio un altro fattore determinante perché ha letteralmente sovvertito le regole del gioco in termini di comunicazione: si è passati dai manifesti alle storie di Instagram e dalle tribune elettorali a TikTok.

Questa nuova modalità di comunicazione orizzontale ci espone ad un bombardamento costante di input, che a sua volta favorisce l’accatastamento delle notizie nella nostra testa allo stesso modo in cui vengono catalogate in un blog: una sopra l’altra.

Così, ogni santo giorno i leader di partito bruciano decine di argomenti nello spazio di un post scritto per fidelizzare i propri follower nel breve periodo, investendo una mole spropositata di energie senza, però, costruire nulla di veramente concreto.

Non è certo un caso che, in termini di consensi, il partito più stabile sia anche quello maggiormente strutturato e con il tasso di democrazia interna più elevato, ovvero il Partito Democratico. Certo, anche qui con tutte le contraddizioni che ben conosciamo, ma è pur vero che a differenza degli altri partiti i congressi vengono celebrati e che leader e candidati si scelgono con le primarie.

Già, le primarie. Questo è un altro nodo – l’ennesimo – che il Centrodestra non è mai stato in grado di sciogliere: a tal proposito fa sorridere che, in occasione del voto alle amministrative, Berlusconi dichiari che bisognerebbe cambiare il sistema di scelta dei candidati, dal momento che ha sempre visto le primarie come il fumo negli occhi.

Diciamolo, il tema della democrazia diretta è un nervo scoperto per il Centrodestra: predicata da tutti, messa in pratica da nessuno e uccisa nella culla con il varo del Porcellum (correva l’anno 2005) che introdusse il Parlamento dei nominati scavando, così, un solco profondissimo tra elettori ed eletti e privando i territori dei parlamentari di riferimento.

Dopo la débâcle di queste elezioni amministrative, se il Centrodestra fosse una squadra di calcio, prima di ogni altra cosa avrebbe bisogno di un allenatore capace di tornare a far giocare ognuno nel proprio ruolo, a partire dall’identificazione di quei key point che in gran parte già esistono, solo che sono sepolti sotto una miriade di argomenti secondari che disperdono energie e attenzione.

Serve, insomma, un grande bagno di umiltà in mancanza del quale il pericolo è molto chiaro, ovvero ripetere lo stesso errore che commise Renzi durante la campagna referendaria: pensò di avere la vittoria in tasca ma riuscì nell’impresa di compattare il fronte del NO e ricompattare un Centrodestra che viaggiava in ordine sparso praticamente su tutto.

Un epic fail clamoroso che dovrebbe servire da monito: c’è ancora tempo, basta non sprecarlo.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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