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Politicamente corretto

Il coraggio di non omologarsi

Se non ti inginocchi sei razzista. Punto. La sentenza, definitiva e inappellabile, è del Ministero della Verità di cui fanno parte ampi strati di establishment e media mainstream che, dopo i disastri collezionati nell’ultimo ventennio, fanno oggettivamente fatica a difendere l’indifendibile, visto che hanno praticamente annientato la classe media riducendone al lumicino potere d’acquisto e qualità della vita.

Quindi, cos’hanno pensato? Di mettere fuorilegge le idee di chi la pensa diversamente da loro, censurando qualsiasi forma d’espressione che osi non omologarsi ai dettami lessicali e comportamentali imposti dal pensiero unico al quale ci vorrebbero tutti assoggettati. Insomma, applicano alla lettera i peggiori atteggiamenti dittatoriali presentandoli sotto le mentite spoglie di democrazia e verità.

Vivaddio, però, che il mondo è popolato da una maggioranza perlopiù silenziosa, ma non per questo disinteressata o non capace di dissentire quand’è il momento giusto per farlo.

È il caso di Samanta Leshnak, una calciatrice americana dei North Carolina Courage che sabato mattina, prima del fischio d’inizio della partita con i Portland Thorns, anziché inginocchiarsi al politicamente corretto come le sue compagne è rimasta in piedi a cantare il suo Inno Nazionale con la mano sul cuore.

Un’immagine fiera, orgogliosa e al tempo stesso potentissima, quella di una ragazza che ha deciso di non uniformarsi pur sapendo che, con ogni probabilità, questo gesto le costerà il linciaggio mediatico dei gendarmi del Ministero della Verità.

Qui il razzismo non c’entra assolutamente nulla, perché episodi come quello che ha portato alla morte di George Floyd ne sono capitati anche durante la presidenza Obama ma, guarda caso, con reazioni mediatiche opposte rispetto a quelle riservate a Trump.

Poi non fa nulla se la questione razziale è stato uno dei più clamorosi fallimenti della presidenza Obama e se per gli afroamericani Trump ha fatto più di chiunque altro (prima del Covid l’indice di disoccupazione degli afroamericani era ai minimi storici[1]) in termini concreti, non a parole.

Il principio è quello del pregiudizio, il marchio a fuoco che viene impresso nelle carni vive di chiunque osi non standardizzarsi. Anche perché chi siamo e ciò che siamo lo dimostriamo ogni giorno attraverso i nostri comportamenti nei confronti del prossimo e della comunità in cui viviamo, non certo a chi s’illude di poter dispensare patenti di legittimità alle opinioni altrui.

A differenza di altre realtà per le quali – non a caso – simpatizzano molti militanti del pensiero unico (vedi alla voce Cina), pur con tutti i suoi difetti l’Occidente è incardinato su valori come libertà di espressione, sacralità della vita e difesa della dignità della persona.  Spingersi, per mero interesse di bottega, ad affermare che tutta la Polizia americana è razzista significa mistificare la realtà con il chiaro intento di gettare benzina sul fuoco, esattamente come lo è etichettare come razzista chi, come Sam, ha deciso di ragionare con la propria testa.

Anche perché, se dovessimo attenerci al loro metro di giudizio, generalizzeremmo accomunando tutti i manifestanti che sono scesi in piazza nelle scorse settimane con i facinorosi che hanno messo a ferro e fuoco interi quartieri, vandalizzato monumenti, devastato e saccheggiato negozi e dato fuoco a chiese, automobili ed edifici pubblici.

Meglio focalizzarsi sul coraggio di questa giovane calciatrice che, da riserva di una squadra di provincia, con il suo gesto è riuscita ad accarezzare i cuori di milioni di persone in tutto il mondo che, come lei, non sono disposte a farsi inculcare le proprie idee da nessuno che non sia la propria coscienza. Che, per chi non lo sapesse, si chiama libertà di pensiero.

 

 

[1] Nell’America razzista di Trump la disoccupazione dei neri è al minimo – InsideOver, 16/01/2018
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Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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