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POLITICA USA

Altro che sondaggi, la sfida tra Trump e Biden la decideranno gli Americani

Solo un pazzo guarderebbe i sondaggi di giugno e li prenderebbe come una previsione delle elezioni del 3 novembre. Eppure oltreoceano in molti credono che i sondaggi, nuovamente, possano essere la fonte della verità assoluta.

Nel 2016, fino alla chiusura delle urne, alcuni fra i più accreditati istituti davano fra il 70% e il 98% di possibilità di vittoria a Hillary Clinton. Inutile ripetere la storia che tutti quanti conoscono fin troppo bene, piaccia o meno.

Esistono alcuni sondaggi, addirittura, che vedono Joe Biden in vantaggio di 14 punti percentuali su Donald Trump. Per i poco pratici, 14 punti equivalgono a vittorie in: Arizona, Florida, Michigan, North Carolina, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. E, fin qui, tutto normale. Normale perché gli stati citati sono degli swing states che già nel 2016 sono stati vinti per pochi punti. Il problema arriva quando a Biden finiscono anche Iowa e Georgia.

Per gli amanti della matematica, il quadro sarebbe questo: 373 Biden, 165 Trump. Al Presidente resterebbe la magra consolazione di portare a casa il Texas per il rotto della cuffia: esattamente lo 0.3%, stando alle stime di FiveThirtyEight. Si desume, quindi, che da qui a novembre quello 0.3% possa diventare magari a favore di Biden. In quel caso la matematica direbbe: 411 Biden, 127 Trump. Un disastro senza precedenti.

A quel punto, più che di sconfitta, dovremmo parlare di colossale batosta.

È vero, Biden è il primo sfidante che cinque mesi prima delle elezioni ha più di 10 punti percentuali di vantaggio. Prima di lui solo tre Presidenti in carica tutti rieletti: Nixon nel 1972, Reagan nel 1984 e Clinton nel 1996. Questo, però, non dovrebbe far cullare sugli allori i democratici.

Anzitutto perché in questo stesso momento, esattamente venti anni fa, George W. Bush era dato in vantaggio di 8 punti su Al Gore e, a novembre, ha poi perso il voto popolare e vinto la Presidenza grazie ad una sentenza della Corte Suprema «applicata al singolo caso» sulle 537 schede di scarto in Florida.

Non è tutto, chiaramente.

In questo momento chiunque preferirebbe essere Joe Biden e non Trump.

Il Presidente paga una altalenante gestione della crisi pandemica e il crollo economico che ne è conseguito. E, come ogni elezione presidenziale che si rispetti, il 3 novembre sarà un referendum su Trump stesso.

Fino alle Convention, dunque, Biden può anche far finta di non essere in campagna elettorale e può continuare a condurre il suo spettacolo dal suo stanzino nella sua casa in Delaware. Ad un certo punto, però, i riflettori saranno puntati su di lui e non potrà più far finta che essi non esistano.

Va dato un merito all’ex Vicepresidente: ha capito – non sappiamo se per merito suo o per merito di chi gli sta intorno – che restare in silenzio è la migliore tattica che può utilizzare al momento. Come anticipato sopra, però, arriverà un momento – presumibilmente il primo dibattito – in cui Biden dovrà per forza stare sotto le luci che queste sfide impongono.

A quel punto dovrà obbligatoriamente dimostrare di essere capace di poter superare tutte quelle prove che gli si presenteranno davanti, prima fra tutte i dibattiti e la più che contestata – e a tratti palese – assenza di carisma.

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno subito di tutto: pandemia –  2.584.677 casi totali e 127.995 morti[1] –, crisi economica e del lavoro – stima PIL secondo trimestre pari del -34%[2] e 19.522.000[3] milioni di persone che hanno ottenuto il sussidio di disoccupazione – e questione razziale. Alla fine ci sarà un vaccino efficace, l’economia si riprenderà e si stanno compiendo passi in avanti sulla riforma della polizia e le questioni annesse.

Resta da chiedersi se, però, tutto questo arriverà in tempo per la volata finale di Trump oppure se, come per magia, la vita restituirà a Biden qualcosa dopo avergli tolto letteralmente (quasi) tutto.

 

[1] Johns Hopkins Coronavirus Resource Center (dato del 27/06/2020 alle 22:20)

[2] Goldman Sachs

[3] Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti d’America

Written By

è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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