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POLITICA USA

I trucchi per mettere Trump in cattiva luce

Prima premessa: il secondo anello vuoto al comizio di Trump fa notizia per il semplice fatto che il presidente ha abituato tutti ai palazzetti strapieni. Seconda premessa: per Biden i 10mila supporters presenti a Tulsa nonostante il Covid e il pericolo di scontri con le frange estremistiche di Black Lives Matter sono un miraggio poiché, come testimoniano le immagini, i suoi più che comizi sembrano riunioni di condominio. Terza premessa: non troverete titoli in prima pagina per i continui flop del candidato democratico. Quarta premessa: state pur certi che una volta scemata l’emergenza Trump tornerà a fare il pieno di supporter ad ogni suo appuntamento.

Detto questo, emerge chiaramente la volontà dei media mainstream di offrire una versione distorta della realtà, utilizzandone soltanto le parti funzionali a mettere in cattiva luce l’odiato presidente, come del resto hanno tentato di fare – con scarso successo – durante tutta la scorsa campagna elettorale.

Nel 2016 Trump riempiva i comizi, mentre spesso Hillary Clinton faticava a mettere insieme a poche centinaia di persone, eppure i media mainstream (che erano dichiaratamente schierati dalla sua parte) si servivano di stratagemmi come inquadrature strettissime per raccontare una realtà diversa, quindi fuorviante.

Il 3 novembre del 2016 ero presente come inviato all’evento di chiusura della sua campagna elettorale, che si svolse nella suggestiva cornice dell’Independence Mall di Philadephia.

In quella circostanza le tribune erano gremite da circa 20mila persone che, però, dopo le esibizioni di Bruce Springsteen, Bon Jovi e l’acclamatissimo intervento di Barack Obama non appena HRC (acronimo di Hillary Rodham Clinton, ndr) prese la parola cominciarono a prendere la via dell’uscita. Una scena emblematica, perché rivelatrice del fatto che la maggior parte di quelle persone non fosse lì per lei, nonosttate fosse la candidata.

Ovviamente i grandi network si guardarono bene dal riportare questa “sfumatura”, salvo poi rimanere traumatizzati dalla notte dell’8 novembre, quando accadde una cosa straordinaria: a contare non furono più i sondaggi, gli editoriali dei grandi giornalisti o gli appelli dei VIP ma, pensate un po’, il voto degli americani.

Certo, posso comprendere che si tratti di un concetto estraneo a taluni radical chic, ma in democrazia funziona così: la scelta spetta al popolo, non a un pugno di ottimati.

Media mainstream che non si dettero per vinti nemmeno dopo aver perso: appena dopo il giuramento di Trump in molti pubblicarono due immagini, una accanto all’altra: l’Inauguration Day (giorno del giuramento del presidente, ndr) di Obama con una folla oceanica e quello di Trump, appena concluso, rappresentato da una foto scattata alcune ore prima del giuramento, quindi con pochissime persone.

Come andò in realtà io lo vidi con i miei occhi perché mi trovavo lì, ma potete verificare voi stessi cliccando qui.

Anyway, nei 134 gorni che ci separano dalle elezioni del 3 novembre potrà succedere davvero di tutto, le incognite si sprecano e ne vedremo e leggeremo di tutti i colori ma alla fine, come dicevo poc’anzi, le chiacchiere staranno a zero e la parola passerà agli americani.

Con buona pace di chi ancora s’illude di poter fabbricare la verità a immagine e somiglianza dei propri interessi.

Written By

è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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