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INCHIESTA SULLA CINA

Trump baluardo dell’Occidente: la scelta sarà tra lui e chi vuole svenderci alla Cina

Dopo la prima parte di ieri, continua lo speciale di Alessandro Nardone sui motivi che conferiscono al presidente amricano il ruolo di “baluardo dell’Occidente”.

Fu oggettivamente impressionante assistere di persona, in presa diretta, al coagularsi di una serie di gruppi che fino a una manciata di mesi prima non si sentivano in alcun modo rappresentati da nessuno degli altri 11 candidati repubblicani il cui favorito, lo ricordiamo, era lo scarico Jeb Bush, che alla primarie fu letteralmente umiliato da Trump.

Girando l’America da lì alle elezioni, mi resi conto che nonostante la Clinton potesse contare sul sostegno militante del 95% dei media mainstream nonché dell’intero star system mondiale (Madonna arrivò a offrire sesso orale a chiunque andasse a votare per la sua amica Hillary), il vento soffiava con forza nelle vele del tycoon newyorkese.

Per capirlo bastava girare le periferie e parlare con gli americani che una volta facevano parte di quella classe media che è stata letteralmente polverizzata dalla crisi del 2008 e dalle scellerate politiche economiche dei governi che, a partire dai primi anni 2000, ci legarono mani e piedi alle catene della dittatura economica cinese.

Ogni volta che mi confrontavo con qualcuno di loro, indipendentemente dal fatto che fossero bianchi, neri, ispanici o italoamericani, novantanove volte su cento la risposta era sempre la stessa: «anche se non mi piacciono i suoi modi voterò Trump perché è contro l’establishment che ci ha rovinati».

Già, l’establishment. Ovvero quell’insieme di partiti, politici, funzionari statali e soggetti economici che occupano la stanza dei bottoni, favorendo – ça va sans dire – chi è funzionale ai loro obiettivi, a tutti i livelli.

Hillary Clinton è un perfetto esempio di establishment, al punto che una parte decisiva dell’elettorato democratico più spostato a sinistra optò per l’astensione. La conferma più autorevole di questo concetto la troviamo non nelle parole di Trump, ma di Barack Obama, che durante un dibattito per le primarie del 2008 annichilì la Clinton girando il coltello proprio nella piaga della sua appartenenza all’establishment.

Ebbene, Trump è inviso all’establishment per il semplice fatto che non ne fa parte. Ciò significa che può permettersi il lusso di non perseguire i loro interessi o addirittura di remargli contro.

Questo è il principale motivo del suo utilizzo di un linguaggio così diretto e a volte spregiudicato: per abbattere, colpo dopo colpo, il mostro del pensiero unico e del politicamente corretto a cui sia i media mainstream che l’establishment (due facce della medesima medaglia) vorrebbero assoggettarci tutti.

Prendete la Cina: oltre alla questione dei dazi – grazie alla quale (direttamente e indirettamente) ha “convinto” molte aziende a riportare la produzione negli Stati Uniti – Trump è stato il primo ad accusare Xi e il Pcc (Partito comunista cinese) per le loro evidenti responsabilità in merito alla diffusione del coronavirus, facendo leva su una serie di fatti oggettivi che inchiodano la Cina alle proprie responsabilità.

All’inizio veniva accusato di utilizzare teorie complottistiche per scopi propagandistici, mentre oggi molti media mainstream hanno dovuto prendere atto delle enormi opacità non soltanto nella gestione dell’emergenza, ma anche sull’origine del virus, in merito alla quale le certezze granitiche della grancassa occidentale del regime comunista cinese si stanno sgretolando giorno dopo giorno.

Ergo, Donald Trump svolge la funzione di ariete per scardinare, una dopo l’altra, le ipocrisie di un sistema di potere che ha potuto farla da padrone fintanto che l’impatto del Web sulla libertà di comunicazione e di espressione era ancora debole. Per questo ha tutti contro.

È evidente che in questo contesto, la scelta sarà tra lo schierarsi con l’establishment formato da coloro che hanno tutto l’interesse a intensificare gli affari con la Cina impoverendo sempre di più un Occidente che da qui a qualche anno sarà letteralmente colonizzato dagli eredi di Mao.

O, invece, con Trump per una globalizzazione ridisegnata sulle lezioni che ci ha impartito questa crisi, quindi incardinata sullo scambio ma non sulla dipendenza, sulla valorizzazione delle particolarità e non sulla massificazione, sul perseguimento del benessere attraverso il merito e non sugli interessi di lobby e gruppi di potere.

Motivi, questi, per cui le elezioni del prossimo 3 novembre saranno importanti per noi tanto quanto lo sono per i nostri amici americani.

 

Clicca qui per scaricare gratuitamente lo speciale in versione sfogliabile.

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è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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