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Politica

Italia mia

Quella del 16 marzo 2020 è stata una delle tante giornate che ho trascorso nella solitudine dell’ufficio, completamente assorbito dal lavoro sulle inchieste del nostro giornale e, al tempo stesso, in cerca di una via che consentisse alla nostra giovane startup di proseguire il proprio cammino nonostante le gravi difficoltà del momento.

Inutile nascondersi dietro a un dito e fingere che tutto vada sempre bene, quando sei padre di famiglia e imprenditore sei padre due volte: dei tuoi figli e della tua azienda, in tutto e per tutto; dal progetto ai collaboratori, passando per ogni singola scelta, compresi gli errori poiché è solo grazie alle loro lezioni che puoi sperare d’imboccare la strada giusta. A meno che tu non sia uno di quelli che non hanno mai dovuto conquistarsi nulla con le proprie forze speculando, alla stregua di parassiti, sulle fatiche altrui.

Seduto alla mia scrivania, di tanto in tanto buttavo l’occhio sul Tricolore che tre giorni prima appesi alla nostra finestra e, mentre lo guardavo, pensavo che in quello scenario post-apocalittico somigliasse a un fiore nel deserto.

Così come la mia felpa dell’Italia, la stessa che indossai in tante e tante manifestazioni di gioventù e che in quei giorni diventò per me una sorta di divisa, che m’infilavo quotidianamente appena mettevo piede in ufficio. Averla addosso, in quelle giornate, per certi aspetti mi faceva sentire più forte nel compiere il mio dovere perché, pensavo, che là fuori c’era un vero e proprio esercito di persone che come me gettavano il cuore oltre l’ostacolo e che, se ce l’avessimo fatta noi, allora ci sarebbe riuscita tutta l’Italia.

Verso mezzogiorno fui attraversato da un pensiero improvviso. Con l’isterico accavallarsi di notizie su notizie, tra venti, trenta o cent’anni, cosa rimarrà di questo tragico periodo? Come lo ricorderemo insieme ai nostri nipoti? Limitandoci a rileggere i bollettini della Protezione Civile? Perciò pensai che servisse qualcosa di altamente simbolico e, al contempo, in grado di suscitare emozioni capaci di unirci tutti in un unico grande abbraccio.

Una canzone sull’Italia. Contemporanea, scritta e cantata per risvegliare l’orgoglio di essere italiani dicendo grazie a chi in questi 74 anni ha contribuito a farla grande, a prescindere dal colore politico e senza fare calcoli di sorta, partendo dagli eroi che dall’inizio della pandemia continuano a salvare migliaia di vite negli ospedali. Cominciai a scriverla, senza pensare troppo. Ogni parola scorreva naturalmente, come se aspettasse soltanto di essere scritta sul foglio bianco che avevo davanti.

Pochi minuti e il testo della canzone che mancava c’era. Lo lasciai decantare per alcuni giorni, dopodiché mi decisi a inviarlo al mio amico fraterno Simone Tomassini, che la mise subito in musica consentendomi, così, di realizzare un grande desiderio: farla cantare a mia moglie Irene Colombo e alla sua migliore amica Consuelo Gilardoni.

Due professioniste esemplari ma diverse, che per la prima volta dopo anni di idee e buoni propositi lasciati in fondo a un cassetto per cause di forza maggiore, hanno finalmente avuto la possibilità di fare qualcosa insieme, ognuna con il proprio stile.

Abbiamo fatto tutto nel giro di pochissimi giorni: Irene, Consuelo, Juri e Alessandro con l’arrangiamento e l’adattamento del testo, Nicolò con le riprese per il video e Vittoria rappresentando la parte del nostro Paese che più di tutte merita il nostro impegno per fare dell’Italia un posto migliore: i bambini.

So che suonerà strano, ma Italia mia è una piccola metafora che racchiude alcuni degli ingredienti fondamentali per ripartire non con l’obiettivo di tirare a campare, ma con l’ambizione di tornare lassù, dove ci compete stare: non rinunciare ai nostri sogni nemmeno nel mezzo dei momenti più bui, unire le forze, guardare tutti nella stessa direzione e non fare il gioco di chi ci vuole divisi per renderci più deboli e facilmente controllabili.

Italia mia, ce la farai!

Buona Festa della Repubblica a tutti.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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