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INCHIESTA SULLA CINA

La minaccia comunista che i radical chic fingono di non vedere

Il comunismo è sangue e repressione, eppure esiste una parte di opinione pubblica che anche davanti all’ineluttabilità dei fatti si ostina a mistificare la realtà in nome di un mix tra interessi economici e ideologici.

Un approccio coerentemente ipocrita, che negli Stati Uniti vede i democratici genuflettersi innaturalmente al cospetto di Pechino pur di attaccare l’odiato presidente Trump e che, in Italia, è perfettamente rappresentato dall’imbarazzante opera di leccaculismo praticata tanto dai seguaci della setta capeggiata da Grillo quanto dai post-comunisti del Pd, che d’altra parte sono i diretti discendenti di chi voleva sostituire la dittatura fascista con quella comunista (se non fosse stato per gli Alleati, altro che Liberazione).

Trattandosi dei depositari del politicamente corretto e del pensiero unico, sono capaci di vere e proprie contorsioni lessicali, come quella oggettivamente magistrale in cui si è esibito qualche settimana fa il sindaco di Milano Beppe “Non si ferma” Sala, definendo la Cina un paese «non pienamente democratico». Chapeau.

I milioni di cinesi vittime della repressione? I medici arrestati e fatti sparire perché “colpevoli” di aver scoperto il coronavirus? E ancora, il Tibet? Hong Kong? Gli uiguri? Bazzecole. Molto meglio continuare a fingere di non vedere per coltivare indisturbati i propri interessi con il paese a cui è stato consentito di svuotare l’Occidente da lavoro e diritti dei lavoratori, magari lavandosi la coscienza con una bella battaglia per la difesa di quelli dei migranti o contro il cambiamento climatico, che fa sempre figo ed è poco impegnativo.

In questo po’ po’ di calderone, vuoi non metterci una spruzzatina di fascismo? Si tratta del vero tocco da maestro, bisogna essere obiettivi: non è per nulla facile occultare la minaccia concreta costituita dal regime comunista cinese dietro l’ombra di un fenomeno che da oltre 70 anni è consegnato ai libri di storia, eppure loro ci sono riusciti.

Sono stati bravi a tal punto da etichettare tutto ciò che dissente dal loro pensiero (non so perché, mi ricorda qualcosa…) come “fascista”, creandosi l’appiglio perfetto per poterlo attaccare.

Insomma, per spostare l’attenzione dalle nefandezze del regime dittatoriale comunista si sono inventati un nemico fantoccio sul quale riversare colpe e paure scordandosi, però, che a tirare picconate al Muro di Berlino e a fermare i carri armati in Piazza Tienanmen ci andarono persone coraggiose che il comunismo lo avevano vissuto sulla loro pelle e che, per questo, erano pronte a morire pur di liberarsene.

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è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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