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POLITICA USA

Obamagate: l’ex presidente cospirò contro la Casa Bianca?

Da giorni ormai circola una frase che proviene dagli Stati Uniti e che è stata lanciata dal Presidente in persona: Obamagate.

Si capisce, senza dover approfondire troppo, che riguarda l’ex Presidente Barack Obama e che, come ogni scandalo contiene la parola “gate”.

Esattamente, però, di cosa stiamo parlando?

Occorre tornare indietro nel tempo fino alle elezioni del 2016 e il periodo di transizione fra le due amministrazioni, passando per il 13 febbraio 2017 – data da ricordare – e finendo per le conclusioni delle indagini condotte da Robert Mueller, ossia il famoso Russiagate.

Gli oltre cento, fra tweet e retweet, di Trump da dove nascono? Quanto di vero è presente in queste accuse?

Cerchiamo di rispondere fornendo un quadro completo della situazione.

Giovedì 7 maggio il Dipartimento di Giustizia ha chiesto il proscioglimento dalle accuse nei confronti di Michael Flynn, ex National Security Advisor o, più semplicemente, Consigliere per la Sicurezza Nazionale dimessosi il 13 febbraio 2017, dopo pochissimi giorni di servizio (era, infatti, stato nominato il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump come 45° Presidente degli Stati Uniti).

I ventiquattro giorni di mandato di Flynn, oltre ad essere i più brevi nella storia degli USA, sono stati costellati da dubbi sul tenente generale stesso. Come riporta POLITICO, il 10 novembre 2016, nel primo incontro fra Obama e Trump, l’allora Presidente in carica mise in guardia il suo successore sulla possibilità di assumere Flynn in un ruolo delicato.

Di otto giorni più tardi la notizia che Flynn aveva accettato l’offerta di Trump. Il 29 dicembre 2016, Flynn incontrava l’ambasciatore russo Sergey Kislak mentre l’amministrazione Obama annunciava misure di ritorsione come risposta alle possibili interferenze del governo russo nelle presidenziali.

Dalle deposizioni di Sally Yates, sostituto Procuratore Generale durante il periodo di transizione e Attorney General dal 20 al 30 gennaio 2017, risulta che Flynn fosse stato interrogato dall’FBI il 24 gennaio 2017, appena quattro giorni dopo il giuramento di Trump.

La Yates subito dopo l’interrogatorio incontrò – il 26 e 27 gennaio – Don McGahn, avvocato ed ex consigliere di Trump, per informarlo che Flynn era «compromesso e probabilmente ricattabile dai russi».

La Yates inoltre informò l’ex consigliere che Flynn aveva mentito a Mike Pence – a capo del team di transizione durante il periodo fra l’8 novembre 2016 e il 20 gennaio 2017 – e ad altri funzionari sulla natura della sua conversazione con l’ambasciatore russo. Due giorni prima dell’interrogatorio sopracitato, il 22 gennaio, sul The Wall Street Journal era stata pubblicata la notizia che Flynn era sotto inchiesta per le sue comunicazioni con i russi.

Pochi giorni più tardi lo stesso tenente generale in pensione negò pubblicamente le accuse ma sul Washington Post furono pubblicati dei documenti che affermavano l’esatto opposto. Il giorno dopo le dimissioni di Flynn, alla Casa Bianca, si tiene un incontro fra Trump e l’ex direttore dell’FBI James Comey al quale, secondo quanto riferisce il The New York Times, il Presidente ha detto: «spero che tu possa vedere il modo di lasciar andare Flynn (…) è un bravo ragazzo».

Comey ha poi testimoniato: «avevo capito che il Presidente chiedeva di interrompere qualsiasi indagine su Flynn in relazione a dichiarazioni false sulle sue conversazioni con l’ambasciatore russo in dicembre (…) non ho capito se il presidente parlasse di una più ampia indagine sulla Russia o di possibili collegamenti alla sua campagna».

Comey ha patito la stessa fine di Flynn, essendo stato licenziato da Trump pochi mesi dopo. L’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale si è poi detto disposto a testimoniare con l’FBI o con le Commissioni Intelligence del Congresso in cambio dell’immunità.

Tuttavia la richiesta di Flynn fu respinta. Il 5 novembre 2017 NBC News disse che Robert Mueller aveva in mano prove «consistenti» per incriminare Flynn e il figlio. Poco meno di un mese dopo, il 1° dicembre, Mueller ha acconsentito al patteggiamento di Flynn in cambio della sua ammissione di reato nella quale è stato scritto che il tenente generale in pensione ha «intenzionalmente e consapevolmente» fatto «dichiarazioni false, fittizie e fraudolente» all’FBI per quanto riguardava le conversazioni con l’ambasciatore russo.

Flynn stesso dichiarò quel giorno: «è stato straordinariamente doloroso sopportare questi mesi di false accuse di “tradimento” e altri atti oltraggiosi. (…) Tali false accuse sono contrarie a tutto ciò che ho sempre fatto e sostenuto. Ammetto che le azioni che oggi ho dichiarato in tribunale erano sbagliate e, con la mia fede in Dio, sto lavorando per sistemare le cose».

Arriviamo dunque al 7 maggio. Il Dipartimento di Giustizia deposita una richiesta al giudice federale della Corte Distrettuale di Washington D.C. nella quale viene criticata la conduzione delle indagini da parte dell’FBI.

«Dopo aver rivisto tutti i fatti e le circostanze legate a questo processo – si legge nella richiesta – incluso le nuove informazioni scoperte e rese note dalla difesa, il governo ha concluso che l’interrogatorio di Flynn è stato condotto in maniera scorretta (…) – aggiungendo che – la prosecuzione dell’inchiesta non è più giustificata. (…) Il governo – si legge ancora – non è convinto che l’interrogatorio avvenuto il 24 gennaio 2017 sia stato condotto su una legittima base investigativa e quindi non crede che le dichiarazioni di Flynn siano state sostanziali anche se false. Inoltre, non crediamo che il governo possa provare che si tratti di dichiarazioni false o sostanziali oltre ogni ragionevole dubbio».

A prescindere, dunque, dalla prossima decisione della Corte, per Trump si tratta di un’indubbia vittoria giudiziaria.

Cosa, però, ha scatenato l’ira del Presidente? Domenica 10 maggio Yahoo News riporta che Barack Obama ha dichiarato, nel corso di una conversazione con alcuni ex collaboratori, che «lo stato di diritto è a rischio». Obama nella stessa conversazione ha auspicato una massima convergenza sulla candidatura di Biden e ha affermato di avere un «senso di urgenza» in vista delle prossime presidenziali.

Insomma, un impegno massimo da parte di tutti per scacciare Trump dalla Casa Bianca. Poche ore dopo arriva la risposta di Trump stesso. «Obamagate!» è il primo di una serie di cento e più fra tweet e retweet dove il Presidente accusa il suo predecessore.

Trump ha poi –  riprendendo un tweet di Buck Sexston (conduttore televisivo conservatore) nel quale vi era scritto che «l’ex Presidente ha usato l’ultima settimana alla Casa Bianca per…sabotare la nuova Amministrazione» – scritto: «si tratta del più grande crimine politico della storia americana, di gran lunga!».

Si desume che forse Trump vuole accusare Obama di cospirazione, ma lo stesso Presidente ad apposita domanda di un giornalista del Washington Post non ha dato risposta, attaccando il giornale stesso.

Infine, paragonando l’Obamagate ad altri scandali, ha affermato che il «Watergate è una bazzecola in confronto».

Il quadro è ricostruito. La domanda, però, sorge spontanea: Obama ha realmente ostacolato Trump?

Lo stesso The Wall Street Journal s’interroga: «Obama di cosa ha paura?».

«La vittoria di Donald Trump – scrive il WSJ – ha aumentato le chance che questo spionaggio senza precedenti su un rivale politico fosse scoperto e questo sarebbe stato perlomeno politicamente imbarazzante. Mettere nel mirino Flynn – usando anche il vergognoso dossier Steele – ha permesso di tenere acceso il fuoco sotto la pentola della collusione con la Russia e questo ha portato all’indagine durata due anni e condotta da Mueller che non ha riscontrato alcuna prova di collusione», aggiungendo che Obama ha «volutamente distorto la realtà».

Va sottolineato, inoltre, che Trump è stato sottoposto al processo di impeachment più inutile e scontato della storia dagli stessi democratici che ritengono oggi questo Obamagate una finzione utilizzata da Trump per distogliere l’attenzione dalla gestione della pandemia da parte della Casa Bianca.

Non sappiamo se la mossa di Trump sia effettivamente fondata su delle solide basi oppure se la stessa rappresenti una mossa per attaccare il sostenitore principale del suo avversario il prossimo novembre.

Certo è che, al contrario, i toni negli Stati Uniti d’America si sono rialzati e la campagna elettorale, nonostante la pandemia, è più viva che mai.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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