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POLITICA USA

Gli Usa ripartono a maggio… e noi?

Donald Trump ha presentato il suo piano per la riapertura: dal 1° maggio sarà possibile – a discrezione dei singoli Stati – riaprire le singole attività produttive. «Sarete voi a decidere per gli Stati di vostra competenza», ha affermato riferendosi ai governatori.
Con queste parole il Presidente ha contribuito a distendere gli animi dopo le continue polemiche degli scorsi giorni fra la Casa Bianca e i governatori stessi. Tra le fila dei governatori i più scettici erano ovviamente i democratici, i quali sono stati in prima linea nella sfida sulle competenze statali e federali durante l’emergenza del COVID19.

Vale la pena ricordare che, sia in materia di Sanità che di Guardia nazionale, sono i governatori a dover decidere. Ne sono un esempio sia l’applicazione del “Obamacare” in alcuni Stati, sia l’unico precedente in materia di federalizzazione della Guardia nazionale, avvenuto durante la presidenza di Lyndon Johnson, per gli scontri sui diritti civili.

Il programma predisposto dalla Casa Bianca si intitola Opening up America Again. È strutturato in più fasi a seconda del numero di contagi, dei sintomi dei pazienti e delle capacità dei singoli ospedali. Il piano vincola gli Stati a dimostrare un calo dei contagi per un periodo di 14 giorni, nonché la disponibilità di tamponi per gli operatori sanitari. Trump ha inoltre richiesto ai singoli governatori degli Stati con numeri di contagi relativamente bassi di valutare la riapertura anche prima del 1° maggio.

Di segno opposto la notizia che vede protagonista lo stato di New York, dove il governatore Cuomo ha esteso il lockdown per altri trenta giorni.

Le tre fasi previste nel Piano Trump possono essere così riassunte.
FASE 1: distanziamento sociale; chiusura scuole, college e università; smart working per i lavoratori che non rientrano nella categorie delle attività produttive definite essenziali e auto-isolamento per le persone vulnerabili. I viaggi non saranno proibiti ma sconsigliati. Resteranno chiusi bar e ristoranti mentre saranno proibite le visite agli ospedali e nelle case di riposo. Per i luoghi d’incontro, invece, la Casa Bianca ha pensato di lasciare ai singoli proprietari di cinema o centri sportivi, ma lo stesso principio varrà anche per le chiese, la possibilità di riaprire a patto che sappiano dimostrare che sia possibile mantenere le norme in materia di distanziamento sociale.
FASE 2: negli Stati dove non si avranno ulteriori picchi di contagi durante la prima fase sarà possibile gradualmente riaprire scuole, ristoranti, palestre e bar con, vale la pena sottolinearlo, «ingressi limitati», come lo stesso piano afferma. Resta ancora incoraggiato lo smart working per le attività reputate non essenziali e i viaggi non saranno più sconsigliati. Gli assembramenti saranno consentiti ma fino ad un massimo di 50 persone.
FASE 3: sempre per gli Stati che confermeranno di non aver avuto picchi o nuovi focolai durante la Fase 2, sarà consentita la riapertura di tutti i posti di lavoro senza limitazioni e saranno concesse le visite a ospedali e case di riposo. Gli individui considerati ancora vulnerabili dovranno mantenere le norme di distanziamento sociale e minimizzare gli spostamenti. Le palestre potranno essere riaperte completamente al pubblico, a condizione che rispettino i protocolli sanitari.

Il piano è stato sviluppato dalla Task force sull’emergenza composta da Deborah Birx, Anthony Fauci in coordinamento con Robert Redfield, direttore del Centers for Desease Control and Prevention e la guida del vice presidente Pence (4 persone che decidono, non 447 che non decidono come Conte…).

Questo piano è il primo predisposto dalla Casa Bianca dopo quello squisitamente economico approvato dal Congresso e meglio noto come CARES Act che mira all’erogazione di misure di sostentamento per cittadini, per un ammontare di 2, 2 mila miliardi. Somme che sono giù state erogate proprio in questi giorni, anche se con qualche difficoltà

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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