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La follia del decreto-fake

Quello del decreto fatto “filtrare” alla stampa prima di averlo approvato è un atto scellerato, del quale ci auguriamo si stiano già occupando le autorità preposte, poiché non soltanto ha causato situazioni di panico tra le persone che vivono nelle zone interessate ma, come se non bastasse, ha anche peggiorato le condizioni della già compromessa immagine dell’Italia all’estero.

L’aggravante è quella dei futili motivi, perché gli addetti ai lavori sanno perfettamente che il documento è stato fatto uscire prima della firma “per deferenza” nei confronti di un quotidiano, il Corriere, che infatti lo ha subito pubblicato ostentando il bollino rosso di “esclusivo” e pubblicando come notizia una serie di provvedimenti che nella realtà non erano ancora stati approvati.

Risultato? Il panico, come se non ce ne fosse già abbastanza. Migliaia di persone terrorizzate dall’idea di non poter raggiungere i propri cari fuori dalla “nuova zona rossa” o viceversa, la stazione di Milano presa d’assalto, telefoni che squillano all’impazzata e gente attaccata al computer per tentare di capire se lunedì potrà varcare il confine con la Svizzera o uscire dalla Lombardia per recarsi al lavoro.

I media di tutto il mondo che immediatamente la rilanciano la “non notizia” e, vista l’ora, quasi tutte le redazioni che decidono di dedicarle la prima pagina perché a diffonderla è stato uno tra i quotidiani più autorevoli d’Italia e perché la fonte, sia pur sconosciuta, dev’essere per forza una “manina” interna al governo. Quindi tutti danno per scontato che «è come se l’avessero già firmato».

Invece, guarda un po’, quella firma non arriva. Ma arrivano – giustamente – le richieste di modifica da parte dei presidenti delle regioni: Fontana e Bonaccini definiscono il decreto «pasticciato»; passano le ore e viene pubblicata la Gazzetta Ufficiale, ma il decreto non c’è. A questo punto non potrà entrare in vigore prima di lunedì.

Intanto, però, milioni di persone – in Italia e nel resto del mondo – convinte che quelle norme siano già attive, hanno preso decisioni e compiuto azioni reali sulla scorta di quella che, a conti fatti, nel giro di due ore si trasforma in una bufala clamorosa.

Questo decreto-fake non è che l’ultimo di una serie ormai lunghissima di atti di cialtronaggine che sono essenzialmente il prodotto di:

  • una gestione della comunicazione del tutto inappropriata
  • un sistema dell’informazione che non riesce a placare la propria fame di click nemmeno di fronte a uno stato di emergenza come quello che stiamo attraversando
  • politici che troppo spesso dimostrano di agire in funzione del consenso e non di ciò che è giusto

Essendosi perfettamente reso conto del clamoroso errore, alle 2.20 del mattino è lo stesso premier a tentare di metterci una pezza, con una conferenza stampa durante la quale accusa le regioni (l’ufficio stampa di Regione Lombardia ha smentito seccamente con un comunicato, ndr) e definisce «inaccettabile» la pubblicazione della bozza, tralasciando – ça va sans dire – che a passarla alla stampa è stato qualcuno del governo da lui presieduto. Quindi delle due l’una: o Conte ne era al corrente, oppure la bozza del decreto è stata diffusa a sua insaputa. In ogni caso si tratta di una mancanza inaccettabile per un presidente del consiglio.

A fronte di tutto ciò non ci rimane che sperare in un intervento energico del Capo dello Stato, perché errori come questi hanno un prezzo carissimo sia in termini di sicurezza interna che di ricaduta economica.

È infatti demenziale pensare di poter comunicare agli italiani norme così stringenti “passandole” di nascosto al giornalista amico, anziché aspettare di averle approvate, metterci la faccia e spiegarle lanciando un appello per il mantenimento della calma e il rispetto rigoroso di regole dure ma necessarie.

Parliamo dell’ABC, ma evidentemente chiediamo troppo.

 

PS: sono giorni che scriviamo degli evidentissimi problemi di comunicazione di questo governo, riguardo alla salvaguardia del nostro brand e alla necessità di una una task force per gestirlo.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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