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POLITICA USA

FLASH NEWS: così i Dem stanno a guardare

Giovedì notte – questa mattina, fra le 2 e le 4 in Italia – si è tenuto a Los Angeles il sesto dibattito dei candidati democratici alla Casa Bianca. Erano in 7 a partecipare: Biden, Sanders, Warren, Buttigieg, Steyer, Klobuchar e Yang. Gli argomenti trattati sono stati undici, oltre alla classica dichiarazione finale.

È necessario dire, sin dal principio, che la retorica è stata molta e gli scontri pochi, anche se, quando ci sono stati, si sono fatti sentire. Non a caso, il primo di questi è stato fra due dei “favoriti”: Buttigieg e Warren che si sono scontrati sulle rispettive raccolte fondi. È stata la senatrice del Massachusetts a rispondere con estrema forza alla domanda: «perché i ricchi dovrebbero mandare i figli nelle scuole gratuitamente». La Warren, infatti, ha promesso di creare una tassa per i milionari, la “wealth tax” che, per intenderci, farebbe sborsare a Bezos circa 6 miliardi di dollari.

Invece, non si è parlato quasi per niente, salvo qualche passaggio, dell’impeachment contro Trump. Forse i democratici hanno accolto di buon grado l’invito di Bernie Sanders durante l’ultimo dibattito: «parlare di Trump e impeachment non è sufficiente, perché altrimenti si perderanno le elezioni». Quindi, il Presidente è stato attaccato per le sue centinaia di nomine di giudici federali (dalla SCOTUS ai distretti) considerati troppi conservatori e capaci così di modificare il sistema giudiziario americano. A volte, però, i democratici dimenticano che la Corte Suprema ha un Chief Justice che, seppur nominato da George W. Bush, ha votato molto spesso con i colleghi nominati da presidenti democratici.

Lo scontro più forte fra i candidati, come spesso è avvenuto, è stato sulla sanità. Vi è ormai una perenne divergenza fra i sostenitori del “For All” e coloro che, invece, preferiscono una estensione dell’Obamacare, come Joe Biden. A proposito dell’ex VP, un breve inciso: non è andato così tanto male, anzi, puntando sul suo passato è più forte, ma questo non gli basterà.

Sempre sull’assistenza sanitaria, una battaglia collegata riguarda la necessaria copertura finanziaria. Lo scontro fra candidati moderati e quelli più a sinistra è sempre sul dove trovare i fondi necessari per la copertura nei confronti di tutti. La Warren, per esempio, già tempo addietro disse che la sua tassa contro i ricchi sarebbe stata sufficiente a coprire l’intero costo.

Siamo sotto Natale e, nel fare gli auguri ai sette sfidanti sul palco e a Bloomberg, pronto a raggiungerli, senza dimenticare tutti coloro che, sul palco, non ci salgono più (siano essi ritirati o troppo indietro nei sondaggi per poter partecipare), occorre chiarire che questo dibattito alla Loyola Marymount University, è stato “vinto” da Bernie Sanders.

Il socialista del Vermont ha riscosso applausi per le sue risposte taglienti e per il suo spirito battagliero. Non ha ceduto di un passo contro ogni attacco ricevuto e non si è sottratto agli scontri provocati. Se pensiamo che, dopo l’infarto, tutti pensavamo di aver visto la fine della sua campagna elettorale, oggi dobbiamo ricrederci circa la vitalità di questo 78enne che non ha nessuna intenzione di mollare.

Lo confermano anche i dati statistici. Per la prima volta dall’inizio dei dibattiti Sanders è salito al 20%, occupando la seconda posizione a solo 5-6 punti percentuali da Biden. Di più, oltre a essere primo in New Hampshire, è salito in seconda posizione in Iowa a soli 3 punti – pieno margine d’errore – dietro Buttigieg.

Questo vuol dire che, a meno di due mesi dall’inizio delle primarie, la situazione è ancora fluide e non può essere chiarita da questo o quel sondaggio, da questo o quel grafico, da questo o quel dibattito. Ciò vuol dire, anche che, fino al 3 febbraio, non sarà possibile fare previsioni. Tutto è mutevole, sorprendentemente appassionante (era ora!) e da vivere.

In ultima analisi c’è solo da sperare che nessuno entri più in questa partita. Il riferimento è a Hillary Clinton che, se dovesse scendere in campo, favorirebbe Trump anche perché solo una persona nella storia dopo aver perso la presidenza si è ricandidato e ha vinto. Si chimava Richard Nixon.

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è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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