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POLITICA USA

Immigrazione clandestina, la Corte Suprema dà ragione a Trump

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha concesso una vittoria importante, anche se momentanea, a Donald Trump.

La scorsa sera, i giudici, con 7 voti favorevoli e 2 contrari, hanno deciso di revocare il blocco imposto dal giudice Jon Tigar, della Corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto della California, su una norma concernente la richiesta di asilo, che impedirebbe a molti migranti centroamericani e non solo, di presentare domanda negli USA.

Tigar aveva emesso un’ingiunzione che bloccava la norma a livello nazionale. La Corte d’Appello, ad agosto, ha limitato la portata dell’ingiunzione, consentendone l’applicazione solo in New Mexico e Texas e bloccandone l’applicabilità in California e Arizona (ambedue sotto al giurisdizione del Circuito federale di cui Tigar fa parte).

Lo scorso lunedì, il giudice Tigar ha cocciutamente ripristinato l’ingiunzione a livello nazionale ma, come già avvenuto ad agosto, il Nono Circuito l’ha nuovamente bloccata, ribadendo la validità della precedente decisione e consentendo, quindi, ai funzionari di applicarla sia in New Mexico che in Texas. Già nel mese di luglio, il giudice Timothy J. Kelly, del Tribunale distrettuale federale di Washington, si era rifiutato di emettere un’ingiunzione sulla medesima norma.

La decisione della Corte rappresenta un trionfo per l’amministrazione Trump. Il Presidente – che, negli ultimi mesi, ha concentrato gran parte della sua azione sull’introduzione di norme e trattati con Paesi dell’America Latina, per frenare il fenomeno migratorio – ha accolto la decisione twittando così la sua soddisfazione: «Grande vittoria alla Corte Suprema degli Stati Uniti sulle norme sull’asilo!».

Coma già avvenuto in altri casi, la Corte Suprema, ieri,  si è limitata a revocare il blocco causato da una Corte inferiore senza entrare, per il momento, nel merito della norma stessa. La costituzionalità sarà valutata nei prossimi mesi, stando alla prassi.

Il caso – denominato “Barr v. East Bay Sanctuary Povenant” – era iniziato lo scorso mese, dopo che il giudice Tigar aveva emesso l’ingiunzione. L’Attorney General, William Barr, nelle memorie presentate, ha affermato come la norma abbia lo scopo di «ridurre gli oneri associati all’arresto e al trattamento di centinaia di migliaia di immigranti al confine Stati Uniti-Messico». Barr ha sostenuto, che tale previsione legislativa provvisoria elimina dall’ambito di applicazione una serie di categorie di persona, come le vittime della tratta di esseri umani e i rifugiati che avessero attraversato territori dove non era possibile richiedere asilo. Infine, Barr afferma che il limite imposto da Tigar deve, se confermato, rispettare solo i confini di competenza della sua giurisdizione e non anche quelli degli altri Stati.

La norma limita l’accesso alla richiesta di asilo per i migranti non messicani che hanno viaggiato attraverso il Messico e altri paesi per raggiungere il confine americano, ma che non hanno presentato formale richiesta in quella nazione.

I due voti contrari sono stati di Ruth Bader Ginsburg e di Sonia Sotomayor che ha dichiarato: «Ancora una volta il ramo esecutivo ha emanato una norma che cerca di rovesciare le pratiche di lunga data relative a quanti cercano rifugio dalle persecuzioni». Gli altri due membri dell’ala “liberal” della Corte, Stephen Breyer ed Elena Kagan, invece hanno votato a favore, anche se, in passato, avevano dissentito sulle politiche dell’amministrazione Trump. A sua volta, l’attuale General Solicitor, Noel J. Francisco, ha affermato che  questa norma è necessaria per affrontare «un’impennata senza precedenti del numero di stranieri che entrano nel Paese illegalmente attraverso il confine meridionale e che, se arrestati, rivendicano asilo e restano negli USA, intanto che le loro domande vengono giudicate», specificando anche che «la norma elimina i richiedenti asilo che hanno rifiutato di chiedere protezione alla prima occasione»  (ovvero in Messico).

La ratio della norma, secondo i legislatori, va letta nell’ottica di frenare ciò che viene definito come “forum shopping” da parte dei migranti. Per gli oppositori delle politiche migratorie di Trump far entrare in vigore la legge causerebbe, da un lato, un problema di costituzionalità, dall’altro, di diritto internazionale; nei confronti dei migranti, costituirebbe poi una “costrizione”, perché li obbligherebbe a tornare in luoghi dove non sarebbero in grado di trovare adeguata protezione.

Per capire a cosa ci si riferisce, bisogna far riferimento all’Immigration and Nationality Act (INA) del 1965. Questa legge definisce “rifugiato”: «chiunque abbia abbandonato la sua terra natia a causa della persecuzione, o la paura di persecuzione, per motivi di razza, religione, nazionalità o appartenenza a un determinato gruppo sociale o politico». L’INA non definisce, però, la persecuzione. Alcuni tribunali l’hanno definita come «minaccia per la vita o per la libertà» e hanno altresì specificato che la persecuzione non è solo fisica ma anche emotiva o psicologica. L’INA prevede, inoltre, che, se la richiesta dovesse ricevere risposta negativa, è possibile appellarsi davanti a un giudice dell’immigrazione presso l’Executive Office for Immigration Review.

Nel diritto internazionale, invece, sono “rifugiati” coloro che, per ragioni che spaziano dal campo politico a quello economico, passando per quello religioso e sociale, sono costretti ad abbandonare lo Stato di cui sono cittadini, per cercare rifugio in uno Stato straniero. Costoro possono richiedere asilo a questo Stato quando le condizioni richieste dalle leggi nazionali siano rispettate. Negli Stati Uniti, per esempio, vista la mole di documentazione richiesta e le spese da affrontare, si è soliti richiedere l’assistenza di un legale. Quando Trump emanò il travel ban, molti avvocati accorsero nei principali aeroporti americani per offrire assistenza a tutti coloro che ne avessero bisogno. Infine bisogna ricordare che lo status giuridico di rifugiato e quello di richiedente asilo sono ben diversi.

La battaglia giudiziaria che è stata intrapresa, quindi, si prevede dura e senza sconti anche se la doppia nomina di  Gorsuch e Kavanaugh alla Corte Suprema da parte di Trump, peserà, e non poco, sulle decisioni della Corte, in questo come altri casi su cui il Presidente si gioca la rielezione.

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Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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