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Interviste

Le risposte di Osho

Sotto la barba rassicurante e accogliente di Osho c’è quella di Federico Palmaroli, quaranteseienne che ha fatto della propria romanità un vero e proprio marchio di fabbrica, riuscendo nel miracolo di appiopparne lo slang ai personaggi più in vista del momento senza nemmeno il bisogno di doppiarli. Più che un dono lo definirei un istinto, il suo, che gli consente in tempi pressoché immediati di scegliere la foto più significativa del giorno e di sottotitolarla con frasi in romanesco che sembrano uscite dalla bocca della Sora Lella, di uno dei personaggi di Carlo Verdone se non addirittura del mitico Albertone.

Veri e propri miti che insieme a tanti altri hanno contribuito a rendere il dialetto romano familiare praticamente a tutti, basti pensare a Trilussa, Aldo Fabrizi (peraltro fratello della Sora Lella), Franco Califano, Gigi Proietti, Ferruccio Amendola, Christian De Sica, Sabrina Ferilli, Renato Zero, Francesco Totti e oggi… #lepiubellefrasidiOsho, un fenomeno che tra Facebook, Twitter e Instagram supera abbondantemente il milione e mezzo di follower, senza contare quelli che “fanno girare” le sue immagini fuori da questi canali. Una vera enormità. Per capirci, uno dei suoi ultimi meme su Salvini e Di Maio ha abbondantemente superato quota 70mila like raggiungendo 5milioni di persone solamente sulla piattaforma di Zuckerberg.

Un “fenomeno” che è anche una case history perfetta per affermare come la rete possa essere uno splendido canale di comunicazione a patto, però, che abbiamo un reale “valore” da comunicare e che lo facciamo con coerenza e costanza.

Questo aspetto in particolare, insieme al suo essere oggettivamente controcorrente, mi ha spinto a contattare Federico, che ha da subito mostrato una grande disponibilità a raccontarsi ai lettori di Orwell.live.

Federico, partiamo dalle origini: tra le pagine dei tuoi diari di scuola è possibile scovare qualcosa di simile alle vignette che fai oggi? Chessò, su professori o amici.

Ricordo di un quaderno in cui un mio amico e io annotavamo “i dialoghi comuni”… una raccolta delle forme espressive stereotipate, captate dalle conversazioni dei nostri genitori o della gente che sentivamo parlare per strada… un po’ quello che poi ho riportato alla luce nel linguaggio di Osho. O meglio, del MIO Osho.

A proposito, è corretto chiamarle vignette?

Nel linguaggio del web si definiscono “meme”, che in fondo sono l’evoluzione delle vignette, una sorta di vignette 2.0. Io amo definirle vignette forse anche per ragioni anagrafiche.

C’è un vignettista a cui ti ispiri?

Direi di no, è una forma espressiva abbastanza particolare la mia, che non ricalca un tipo di tratto di matita. Mi ispiro più che altro alla tradizione comica romana, per quanto riguarda il linguaggio che utilizzo.

Cosa pensasti quando D’Alema querelò Forattini per 3 miliardi di lire a causa della vignetta sul Dossier Mitrokhin?

Penso che la satira non si possa querelare, perché non è una distorsione della realtà, ma una sua esasperazione. A patto che si mantenga in quell’alveo.

Che idea ti sei fatto rispetto al discusso stile di Charlie Hebdo?

Io non contesto il cinismo di Charlie Hebdo, anche se a volte lo trovo esagerato. Io per esempio sui morti non ho mai fatto satira, ma è una mia scelta e non condanno chi si spinge oltre. A me semplicemente quelle vignette non fanno ridere.

Potremmo dire che il tuo Osho è un po’ un incrocio tra Guareschi e la Sora Lella?

Nel mio Osho c’è la saggezza popolare, la scanzonatura tipicamente romana, c’è Verdone, c’è Alberto Sordi, ma anche tanta attenzione per il paradosso e la parodia, il genere comico che io amo di più.

In che misura credi che conti la romanità di Osho?

Direi che è determinante. La stessa battuta detta in italiano non ha la stessa efficacia. È questo anche il successo della comicità romana a livello cinematografico. È un linguaggio comprensibile a tutti, una cadenza che arriva dritta dritta al diaframma.

In questo senso ti senti “influenzato” dai film di Sordi e Verdone?

Come ti ho detto prima, sì; ogni romano porta dentro di sè un po’ di Sordi e Verdone. Se non ti ricordi a memoria tutte le battute dei loro film non sei romano.

Qual è il tuo personaggio preferito?

Dei loro film?

Sì.

Ho adorato il primo Sordi, quello degli e-Sordi… poi mi sono innamorato di film che forse non sono iconici come altri, tipo In viaggio con papà. Ci sono chicche indimenticabili in quel film. E neanche a farlo apposta quella pellicola vede entrambi gli attori protagonisti, Sordi e Verdone.

Che rapporto hai con il politicamente corretto?

Lo detesto. Lo considero il male del secolo… la cosa più brutta è che i seguaci del politicamente corretto sono diventati una specie di setta che condanna a morte chiunque osi sfiorare un tema o un personaggio eletti a specie protette da questi probiviri del buonismo.

Facebook ti ha mai censurato?

Sì, è capitato. Ma solo un paio di volte e a seguito di segnalazioni su post che di politicamente scorretto avevano ben poco. Ma purtroppo credo che a volte la censura di Facebook arrivi in automatico senza troppi approfondimenti sul senso reale di un termine o sul contesto in cui viene usato.

Se dovessi fare una vignetta con George Orwell cosa gli faresti dire?

 

Ah ah, meraviglioso! Ultima domanda: il nostro direttore chiede quanto costi, ti vorrebbe a Orwell.live!

Meno di Vauro… ma ho già diversi impegni per quest’anno e non mi piace arraffare tutto senza poter assicurare qualità.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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