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Erano tutti sfigati prima di “sfondare”

Guardate questa foto: se non sapeste che si tratta di Mark Zuckerberg con ogni probabilità pensereste chi è questo sfigato? Ciabattone in plastica stile Ladispoli, jeans sformati, seduto su di un hub tra uno scatolone e una fotocopiatrice, con stampata in faccia un’espressione che tutto trasmette fuorché carisma e sicurezza di se; il classico nerd, che nel celebre film di metà anni ’80 avrebbe certamente fatto parte della confraternita “Lambda Lambda Lambda” insieme a Skolnick, Caccola e Poindexter.

Eppure, sotto la cenere di quelle spoglie da sfigato, covava il fuoco di uno smanettone terribilmente ambizioso e determinato che aveva una voglia matta di farcela, molto probabilmente anche animato dalla volontà di prendersi una rivincita, facendosi beffe del mondo esterno: di quei bellimbusti palestrati che nei corridoi del college o dell’università lo osservavano sempre dall’alto al basso e delle fighette che non lo degnavano nemmeno di uno sguardo.

Come tutto sommato ancora accadde il 7 dicembre 2005, quando Mark parlò del suo Facebook in un’aula semideserta ad Harward: di fronte a se aveva un pugno di studenti del corso CS50, a cui illustrò lo stato d’avanzamento della sua piattaforma che – è bene ricordarlo – in quel periodo era ancora riservata agli studenti di scuole e università affiliate, mentre l’anno successivo venne poi aperta a tutti.

Nonostante la lezione dovesse essere incentrata sul tema più generico dell’informatica, le domande che Zuckerberg ricevette furono quasi tutte sul potenziale commerciale di Facebook, a cui lui rispose elencando anche tutta una serie di nodi che dovette subito sciogliere «per fare in modo che il progetto non si arenasse nel giro di pochi mesi». In questo senso, una delle scelte più importanti fu certamente quella di puntare sulla scalabilità per la crescita della piattaforma e la creazione di database MySQL separati per ognuna delle scuole affiliate. Inoltre, durante il suo intervento, Zuckerberg disse alcune cose che, rilette oggi, danno la misura di cosa significhi dover governare dal principio lo sviluppo e la crescita di una startup:

  • Che impiegava la maggior parte del suo tempo ad assumere persone
  • Che, con “appena” 50 dipendenti, aveva organizzato quello che lui chiamava “orario del CEO in ufficio”, cioè una finestra di tempo durante la quale tutti i suoi collaboratori potevano andare a trovarlo e chiacchierare con lui dei progetti a cui stavano lavorando
  • Che Facebook era arrivato a quota 400 milioni di pagine visualizzate al giorno, contro i 250 milioni di Google
  • Che non erano concentrati su come trarne subito profitto, ma lavoravano per massimizzare il valore a lungo termine

Quelli che accaddero nei mesi successivi sono fatti ormai consegnati ai libri di storia, quanto all’attualità il Mark che conosciamo oggi è tra gli uomini più ricchi, influenti e contesi del pianeta, abituato a fare keynote speaking dinanzi a platee che da umane si fanno crossmediali finendo, cioè, tanto sugli schermi dei televisori quanto nei display di smartphone e tablet su scala globale.

Oggi negli occhi abbiamo questo Zuckerberg, l’ultima versione, il 4.0, ma sono pronto a scommettere che per non perdere contatto con la realtà lui per primo sia consapevole che non dovrà mai scordarsi del Mark ritratto in quella foto e con essa di tutte le difficoltà a cui dovette far fronte, a cominciare dai tanti «no» che si sentì dire prima di trovare qualcuno disposto a credere in lui, prim’ancora che nel suo progetto.

Sì, perché quando lavoriamo incessantemente a qualcosa in cui crediamo, spesso e volentieri rassegnandoci a una vita “controvento” e alle mille rinunce – anche in termini economici – che essa presuppone, è proprio chi ci dice «no» il nostro migliore alleato.

Vero, lì per lì è difficile, ma è come se ognuno di quei «no» fosse una sorta di scossone che, sommato a un altro e a un altro ancora, serve per “allineare i pianeti” della nostra sfida: mi rendo perfettamente conto che comprendere sia impresa ardua, ma fidarci di noi stessi quando crediamo in ciò che facciamo è l’unico modo per trasformare tutti quei «no» in una marea di «sì», restituendo ai legittimi proprietari tutta la merda che ci hanno fatto ingoiare.

Con gli interessi, of course.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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