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POLITICA USA

La scelta impossibile di Trump: muro o rielezione?

Donald Trump ha ottenuto una vittoria alla Corte Suprema: i giudici hanno revocato un’ingiunzione del tribunale di Oakland che aveva bloccato il suo piano di espansione del muro al confine con il Messico. In questo modo, il governo potrà spendere circa 2.5 miliardi di dollari per iniziare la costruzione del muro in California, New Mexico e Arizona. La Corte ha preso questa decisione con 5 voti a favore – Roberts, Thomas, Alito, Gorsuch e Kavanaugh, tutti conservatori – contro 4 dei liberal – Ginsburg, Breyer, Sotomayor e Kagan.

La Supreme Court ha ritenuto di dover annullare la precedente sentenza, in quanto i due ricorrenti (il Sierra Club e la Southern Border Communities Coalition) non avevano il diritto di ricorrere contro il governo, così come sostenuto dal Dipartimento di Giustizia durante la difesa.

“Il governo ha dimostrato che, in questa fase, i querelanti non hanno motivo di agire in giudizio per ottenere il riesame”, hanno scritto i giudici della SCOTUS nelle motivazioni della sentenza.

Appare quindi possibile che, qualora siano altri i ricorrenti, la Corte possa entrare nel merito e, forse, bloccare la costruzione del muro. Com’è noto, 20 Stati, capitanati dalla California, avevano già fatto ricorso contro il presidente in tribunale e il loro ricorso era stato bloccato poiché era pendente questo. Non solo loro, anche la Camera dei Rappresentanti a sfondo democratico potrà avanzare pretese più forti, considerato che aveva bloccato i finanziamenti nonostante lo shutdown. I tribunali inferiori, dunque, potranno adesso giocare un ruolo centrale, finché il susseguirsi di ricorsi che, in ogni caso, verranno presentati davanti ai tribunali non arriverà nuovamente sulla scrivania della Corte Suprema che, analizzando nel merito la questione, porrà la parola fine alla querelle.

Il Presidente ha accolto entusiasta la notizia twittando: «Grande vittoria sul muro. La Corte Suprema degli Stati Uniti ribalta l’ingiunzione del tribunale inferiore, consentendo la prosecuzione del muro sulla frontiera meridionale. Grande vittoria per la sicurezza delle frontiere e per lo stato di diritto!». In casa democratica, invece, le reazioni sono state completamente opposte. La speaker Nancy Pelosi ha twittato: «la sentenza della Corte Suprema di questa sera (venerdì, ndr) consente a Donald Trump di rubare fondi militari da spendere su un muro di frontiera dispendioso e inefficace, già respinto dal Congresso. I nostri padri fondatori hanno progettato una democrazia governata dal popolo, non una monarchia».

Dror Ladin, avvocato che ha curato per i ricorrenti la questione, ha dichiarato un secco «non è finita», subito dopo la sentenza. Appare però chiaro che, qualora il prossimo ricorso debba essere presentato, dovranno essere i singoli Stati a farlo non lui. Il procuratore generale della California Xavier Becerra, nell’esprimere delusione per la decisione della SCOTUS ha affermato che «questa lotta non è finita e abbiamo molto da lottare. Le nostre istituzioni democratiche e i principi costituzionali fondamentali dipendono da questo».

In attesa dunque di una nuova serie di ricorsi e di una decisione definitiva che metta la parola fine, Donald Trump può momentaneamente esultare: il suo piano di far pendere la Corte Suprema a favore dei conservatori sta funzionando.

Per i democratici, la speranza risiede nel presidente John G. Roberts che, stando a quanto dimostra la sua attività come giudice-capo, si sta spostando sempre più verso il centro. Roberts però nasce conservatore e, qualora la decisione della Corte sia a favore del muro, non sarebbe una sorpresa.

Dunque la vittoria di Trump è momentanea e, anche se lui è disposto a tutto pur di vincere, questa potrebbe rivelarsi una “vittoria di Pirro”, ovvero una battaglia vinta ma a un prezzo troppo alto per il vincitore. Una domanda sorge spontanea quindi: sarà più importante il muro o la rielezione nel 2020?

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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