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POLITICA USA

«Trump non puo’ bloccare utenti su Twitter»: la sentenza che riaccende lo scontro sulla censura ai “populisti”

«Poiché il presidente, come egli stesso afferma, agisce in modo ufficiale quando tweetta, concludiamo che agisca nella stessa misura quando blocca chi non è d’accordo con lui. Il fatto che qualsiasi utente di Twitter possa bloccare un altro account non significa che il Presidente diventi improvvisamente una persona privata quando lo fa». Questo non è che uno dei passaggi di una sentenza lunga ben 29 pagine con cui una corte d’appello americana ha stabilito che Donald Trump non puo’ bloccare gli utenti “molesti” su Twitter.

«Una volta che il presidente ha scelto una piattaforma e ha aperto il proprio profilo a milioni di utenti, non puo’ escludere selettivamente coloro i cui punti di vista non sono affini al proprio», scrive la corte, confermando la decisione di un giudice federale di Manhattan in una denuncia presentata dal Knight First Amendment Center presso la Columbia University.

Una decisione – che fa seguito a una sentenza simile riguardante un funzionario del governo locale di Richmond, in Virginia – certamente figlia dell’uso crescente dei social media da parte dei governi. «Così facendo», affermano i querelanti (7 utenti “bannati” dal Presidente), «le protezioni costituzionali si trasferiscono nel regno digitale».

Nel caso di Trump, il suo account Twitter personale «è diventato, nel bene e nel male, il canale di comunicazione più importante di questa amministrazione», ha dichiarato Jameel Jaffer, direttore del Knight First Amendment Center. I tre giudici della corte d’appello hanno respinto la tesi difensiva di Trump, cioè che nonostante l’alta esposizione pubblica dell’account, nel momento in cui ha bloccato gli utenti egli agisse da privato cittadino.

Lo stesso Trump ha ripetuto più volte che, senza i social media, molto probabilmente non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti, tuttavia, il “repulisti” molto spesso unidirezionale perpretrato dalle piattaforme social a scapito di esponenti anche di spicco dell’area cosiddetta “populista”, ha scatenato le ire del Presidente che, qualche settimana fa, durante un’intervista a Fox Business ha affermato senza mezzi termini che, se Twitter non lo ostacolasse, il suo seguito sarebbe ancora più ampio.

«Ho milioni e milioni di follower, ma ti dirò che rendono la vita molto difficile alle persone che mi sostengono su Twitter, penalizzando anche me nella diffusione del messaggio», ha detto Trump, il cui seguito è il dodicesimo il più alto al mondo. «Se annunciassi domani di essere diventato un bel democratico liberale, raccoglierei cinque volte più seguaci».

Ovviamente Twitter ha ripetutamente negato tali accuse, osservando che i suoi dipendenti cercano di mantenere la piattaforma in buona salute rimuovendo gli account falsi utilizzati per manipolare o molestare gli altri utenti, e che ciò a volte porta a un numero minore di follower per gli utenti di spicco, ma allo stesso tempo aumenta la fiducia degli utenti.

Fatto sta che non soltanto negli Stati Uniti appaia del tutto evidente come il pugno duro delle piattaforme della Silicon Valley si scagli prevalentemente contro gli utenti non allineati al pensiero unico, anche quando questi si limitano ad esprimere delle legittime opinioni personali. Qui sotto, ad esempio, troviamo il tweet con cui lo scorso maggio Trump contestò la decisione di Twitter di bloccare l’account ufficiale dell’attore James Woods, noto per le sue idee conservatrici, ma non per questo tacciabile di essere un troll o un manipolatore.

Uno scontro che, come dimostrano le dichiarazioni carpite alla dirigente di Google che ha affermato che «nel 2020 faremo di tutto per impedire a Trump di vincere», appare destinato ad assumere dimensioni sempre più significative, che potrebbero diventare dirompenti nel momento in cui una di queste piattaforme decidesse di bloccare l’account di Trump o di uno degli altri leader considerati “politicamente scorretti”.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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