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POLITICA USA

Sognavano l’America

Prima di iniziare una premessa è obbligatoria. Avrei voluto, in quest’articolo, parlare dei dibattiti in casa democratica, avrei voluto descrivere una mappa elettorale, dove Trump vince nuovamente le elezioni per un solo grande elettore. Avrei voluto, ma non è più possibile. E, sull’argomento di cui mi accingo a parlare, nessuna valutazione politica sarà fatta. Nessuno sarà accusato, nessuno sarà assolto; perché, in questi casi, vincitori non ne esistono.

Ci troviamo al confine fra Messico e Stati Uniti. Esiste un fiume, il Rio Grande, che profuma di libertà. 3.051 km di acqua torbida, bottiglie di birra, canne disseminate. Il problema dell’immigrazione dall’America meridionale e centrale verso gli Stati Uniti è cosa nota. Ogni giorno centinaia, se non migliaia di persone, tentano – chi invano, chi no – di costruire una nuova vita oltre il muro.

Tra questi, c’era una famiglia che oggi non esiste più. Oscar, Vanessa e Valeria, 48 anni in tre, avevano deciso di sfidare il destino domenica, per vivere una vita degna di essere chiamata tale.

“Avevamo deciso di andar via per motivi economici. Oscar non aveva avuto problemi con le gang”, dice Vanessa, la sopravvissuta, ai microfoni dei giornalisti. Che la vita in America centrale non sia facile, è cosa risaputa; che in un piccolo borgo di San Salvador lo sia ancora di più, non ha bisogno di conferme. Narcotraffico, saccheggio, minacce di morte, atti intimidatori: questa è la realtà che, quotidianamente, bisogna affrontare se si vuole sopravvivere. Sopravvivere, non vivere.

Facciamo un piccolo passo indietro. Siamo a domenica. La famiglia Ramirez si trova sul lato messicano del Rio Grande, di fronte a loro si intravede Brownsville, Texas. Il fiume è agitato, Oscar è già in acqua. Vanessa e Valeria sono sulla terra ferma. Quando la piccola Valeria vede il padre trascinato via dalla corrente, gli salta addosso. Oscar si aggrappa alla figlia e prova a riavvicinarsi alla riva: è troppo tardi. I due annegano mentre la corrente li allontana dagli occhi pieni di lacrime di Vanessa.

La domenica tramonta, arriviamo a lunedì. Il passare del tempo è, come sempre, inesorabile. Dal confine americano ci spostiamo a Matamoros, in Messico. I corpi vengono ritrovati privi di vita, sulla riva del fiume, abbracciati, con le spalle rivolte al cielo e la faccia in acqua, quasi a nascondere la sofferenza provata prima di rincontrarsi in qualche posto dove si vive di soli sorrisi, innocenti, come quello che s’intravede nella foto della piccola Valeria che Vanessa mostra ai giornalisti.

Perché la loro innocenza supera la nostra ignoranza.

Tutti i candidati alla presidenza hanno detto la loro, anche Trump ha rotto l’iniziale silenzio. Il Papa ha voluto inviare un messaggio, seguito a ruota dai massimi esponenti del Vaticano e della chiesa cattolica in America. Tutti parleranno di questa storia, così come sto facendo io. Un giorno sarà dimenticata, come tutti i fatti di cronaca, siano essi intrisi di sangue o meno. Qualcuno la ricorderà per sempre invece, come Vanessa che, da oggi, è sola. Un giorno si rincontreranno, forse.

Tempo fa, conobbi un professore universitario americano. Lui è sempre stato ateo. Anzi, ha sempre affermato di aver scommesso sull’inesistenza di Dio. E ogni volta che ci vediamo prova a farmi “passare al lato oscuro della forza”, come un famoso film che tutti ricordano. Oggi, prima di scrivere quest’articolo, gli ho inviato questo sms:

 “caro professore, sto per scrivere qualcosa su quella storia del Rio Grande. Ha qualche consiglio?”. Pochi minuti dopo mi ha risposto: “scrivi l’articolo come se fossi me. Io, per quanto non sia cattolico, mi sforzo di essere cristiano”.

E allora ho pensato alla storia degli Stati Uniti d’America.

Le tradizioni s’intrecciano fra loro, giocando, ognuna, un ruolo differente. Poi ho pensato al ruolo che Dio gioca in questa partita. Chiunque abbia visto una cerimonia d’insediamento di un Presidente americano ha sentito pronunciare le parole “so help me God”. Chiunque abbia ascoltato un discorso di un Presidente americano ha sentito, in chiusura, le parole “God bless you and may God bless the United States of America”. La tradizione vuole che si giuri sulla bibbia. Solitamente si sceglie quella di George Washington o quella di Abraham Lincoln. E ho pensato che a Dio viene regolarmente chiesto di scendere in campo, di prendere posizione, di fare politica; ma lui non lo fa. Questo perché, che si creda o no, stiamo diventando spregevoli agli occhi dei nostri simili e, forse, anche ai suoi.

 

 

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