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Illustrazione editoriale sul tramonto dei vecchi partiti e l’alba della Terza Repubblica
Illustrazione editoriale sul tramonto dei vecchi partiti e l’alba della Terza Repubblica

Politica

Il crepuscolo dei partiti ideologici e l’alba della Terza Repubblica

Chi di Rosatellum ferisce, di Rosatellum perisce. Solo lo scorso autunno Berlusconi e Renzi si fregavano le mani: la loro pessima legge elettorale era cosa fatta e, nelle loro intenzioni, avrebbe dovuto spianare la strada a un nuovo governo targato PD – Forza Italia. Malgrado ciò gli elettori li hanno puniti, probabilmente anche in ragione di questo tentativo di boicottare una vittoria pentastellata. Il renzusconismo è ai titoli di coda, insomma.

Un’altra esperienza che gli elettori hanno definitivamente consegnato alla storia è quella dei partiti o movimenti di matrice ideologica ridotti, nel caso di Liberi e Uguali, a percentuali marginali tanto quanto appaiono le loro rispettive prospettive politiche.

Alla sinistra il compito di ricostruire sulle macerie e, in questo senso, le dimissioni di Renzi parrebbero prodromiche a un progetto nuovamente e verosimilmente unitario. In teoria. Nei fatti, con il suo intervento di ieri, ha dimostrato come nemmeno questa batosta gli sia servita per comprendere, una volta per tutte, le ragioni della disfatta. Sembrava di assistere ad una conferenza stampa di Al Sahaf, il mitologico ministro dell’Informazione di Saddam Hussein capace di negare l’evidenza fino all’ultimo, affermando che le truppe americane erano “state respinte”. Meraviglioso. Ecco, sostanzialmente Renzi ha detto che non è stato lui a perdere, ma gli altri a vincere, sciorinando i medesimi argomenti che hanno sospinto la sua parabola politica in direzione di una traiettoria suicida che, ora come ora, salvo miracoli appare irreversibile.

Tra le tante corbellerie, ha ripetuto la litania secondo cui la colpa dell’attuale situazione di stallo sarebbe da addebitare a coloro i quali, in occasione del referendum costituzionale, capeggiarono il fronte del NO, dimenticandosi che fu proprio lui – dicendo che se avesse perso avrebbe lasciato la politica – l’artefice del miracolo di ricompattare, in un sol colpo, sia la sua opposizione interna che un centrodestra che, è bene ricordarlo, a quel tempo pareva a malapena un ectoplasma.

Una mancanza di profondità di analisi da cui emergono essenzialmente due considerazioni: la prima è che l’acume politico di Renzi è stato decisamente sopravvalutato, e la seconda è che l’ex rottamatore si è circondato di collaboratori politicamente eunuchi incapaci, cioè, di fornirgli qualsivoglia spunto di riflessione capace di aprirgli gli occhi su questioni delle quali, peraltro, nel cosiddetto mondo reale si erano accorti tutti. Tranne loro.

Sulla sponda opposta appare evidente la sovrapposizione di Lega e Fratelli d’Italia, che hanno un’offerta politica molto simile: se è vero che Matteo Salvini è stato capace di portare una Lega moribonda (ricordate la Tanzania, i diamanti, Belsito e il Trota?) dal 4 a quasi il 18%, è altrettanto vero che il partito di Giorgia Meloni ha raddoppiato i voti passando dal 2 al 4%, che a mio avviso era lo step più difficile da superare.

Analizzando i rispettivi trend di crescita, nonostante anche nella maggior parte dei collegi del centro-sud la Lega di Salvini in molti casi ha raggiunto le percentuali di Fratelli d’Italia, ritengo che la coerenza di Giorgia Meloni e della classe dirigente di FdI (che arriva quasi tutta dall’esperienza di Azione Giovani) nel medio-lungo periodo la porterà ad un’ascesa costante.

Un processo possibile grazie le indubbie qualità comunicative e aggregative di Giorgia Meloni, che – va ricordato – è ripartita dalle macerie fumanti lasciate da Gianfranco Fini. Se il leader di Fratelli d’Italia, ora forte di una nutrita pattuglia di parlamentari, saprà cogliere questa spinta tramutandola in un’opportunità, dovrà avere l’ambizione di erodere consensi di destra alla Lega e, contestualmente, puntare all’area di consenso di Forza Italia che, volenti o nolenti, da qui ai prossimi 5 anni dovrà trovarsi una nuova rappresentanza politica. La vera sfida per la Meloni sta lì, in una sorta di Pdl 3.0 o, per meglio dire, di Meloni 30%. Se ce l’hanno fatta Renzi, i grillini e Salvini, non vedo perché non debba porselo lei come obiettivo, dal momento che se li mangia a colazione in tutto e per tutto.

Sarà una legislatura interessante, è poco ma sicuro.

Alessandro Nardone

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è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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