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Alex

Vi racconto il mio incontro (vero) con Kevin Spacey

Stamattina mi è accaduta una cosa straordinaria: io, ovvero Alex Anderson, ho incontrato Kevin Spacey, ossìa Frank Underwood. Oddio, ancora non ci credo. Ci siamo visti a Milano, nella hall dell’hotel in cui soggiorna per godersi gli eventi mondani legati alla Fashion Week. Cappellino e t-shirt bianchi, occhiale da vista nero, e quell’inconfondibile espressione che in un batter d’occhio ti riporta alla mente i frames indelebili di alcune delle sue straordinarie interpretazioni.

Mentre ci stringevamo la mano, e osservavo con non poco orgoglio il suo sguardo cadere e posarsi sul brand che campeggiava sulla mia di t-shirt – Anderson for President 2016, of course – avevo la sensazione di trovarmi davanti più persone in una: il presidente Frank Underwood, certo, ma anche il machiavellico Kaiser Söze de I Soliti sospetti, il poetico Prot di Key Pax, l’agghiacciante John Doe di Seven e poi, ancora, il Lester Burnham di American Beauty e il Larry Mann di The Big Kahuna. Caspita, pensavo tra me e me, non è possibile! Invece sì, lo era eccome.

«President Underwood, I’m the italian candidate, nice to meet you», è stata la prima frase che sono riuscito a proferire. «Oh, yes the italian candidate!», mi ha risposto lui, mentre allargava la maglietta che nel frattempo gli avevo regalato. Così, gli passai anche una copia di “Yes Web Can” e cominciai a raccontare a lui e al suo amico la mia “performance” da candidato alla Casa Bianca a 10.000 chilometri di distanza dagli Stati Uniti. I due presero a sfogliare il libro, soffermandosi sulla gallery dei tweet e, successivamente, sulla rassegna stampa.

«Impressive», ripetè a più riprese l’amico a Kevin, mentre gli indicava i alcuni dei tweet e delle email più divertenti. La storia li ha colpiti sul serio, pensavo. Poi, dopo aver risposto ad alcune loro curiosità riguardo la grande visibilità ottenuta da Alex, trovai il coraggio di fargli la domanda di rito: «Can we take a selfie together?». Lui mi guardò e, assumendo l’espressione tipica di Frank Underwood nei suoi celebri monologhi con il pubblico, mi rispose «Sorry Alessandro, but I can’t take sefies with politicians, because it can appear an endorsement».

Non ci crederete, ma ritengo quella risposta la cosa più significativa di tutto il nostro incontro, perché in quel suo definirmi “politico” c’è una sorta di legittimazione di Alex e, nel paventato pericolo che quello scatto potesse essere ritenuto da qualcuno un “endorsement”, l’attribuzione dei galloni del candidato autentico. Ormai sono passate alcune ore ma sì, lo ammetto, sono ancora emozionato. Sicuramente per l’interesse che un mito vero come Kevin Spacey ha mostrato per la mia storia e, probabilmente, anche perché ho maturato la consapevolezza che se è stato ad ascoltarmi, lo devo sopratutto ad un certo Alex Anderson.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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