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Iran, il cambio di fase è iniziato: Pahlavi e la partita che ridisegnerà gli equilibri globali

Ieri mattina, a Milano, ho preso parte a un incontro a porte chiuse al Park Hyatt che consente di leggere in anticipo una delle partite destinate a incidere sugli equilibri dei prossimi anni. Protagonista: Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, l’uomo che più per carisma personale e rete internazionale che per mera discendenza dinastica si sta candidando a coagulare le opposizioni al regime teocratico di Teheran.

Non era una conferenza stampa, ma un confronto riservato con imprenditori italiani e interlocutori internazionali. E ciò che è emerso è stato chiaro, concreto e urgente: la transizione democratica dell’Iran non è più un’ipotesi lontana, ma una variabile con cui tutti – governi, mercati, imprese – devono iniziare a fare i conti.

Pahlavi ha parlato con lucidità di leader pragmatico. La sua priorità è tenere insieme le diverse anime della diaspora iraniana – monarchici, repubblicani, indipendenti – spostando il baricentro dalla forma dello Stato alla fine della teocrazia. Un Paese portato alla rovina economica e morale da una dittatura religiosa che ha provocato decine di migliaia di morti e un sistema di repressione strutturale. Eppure, ha detto con convinzione, «mai come adesso è possibile un cambio di regime»: la popolazione è stremata, esausta delle angherie quotidiane. Il controllo del regime resta totale, ma i tempi sono maturi perché l’esercito iraniano possa giocare un ruolo decisivo.

La struttura di potere che controlla il regime sa di non avere vie di fuga, amnistie o salvacondotti: venderà cara la pelle. Ogni famiglia in Iran ha un morto da piangere e questo innescherà vendette che dureranno anni. Ma, ha concluso, «il Paese risorgerà dalle proprie ceneri. E questo sarà un bene per il popolo iraniano e per il mondo intero, che ha bisogno di pace e libertà».

Sul piano geostrategico è stato altrettanto netto. Vuole estendere i Patti di Abramo anche all’Iran e ha già discusso questa prospettiva direttamente con il Re saudita Mohammed bin Salman e con il Re emiratino Mohammed bin Zayed. Ha ricordato le radici millenarie che legano la Persia a Israele, da Ciro il Grande nel 539 a.C. fino all’influenza reciproca che ha plasmato ebraismo, cristianesimo e Islam: un’eredità che il regime ha dilapidato con la sua ossessione di annientare Israele finanziando Hamas, Hezbollah e Houthi. Ha affermato il diritto di ogni popolo a difendersi dagli aggressori – come sta facendo l’Ucraina con Zelensky – e ha chiarito che sulla Cina Pechino non ha interesse a difendere il regime attuale, ma è pronta a dialogare con qualsiasi governo che rappresenti davvero gli interessi dell’Iran.

Ho voluto porre due domande dirette. La prima sulla narrazione tossica dei media mainstream occidentali, spesso allineata alla sinistra globalista, che tende a relativizzare i crimini degli ayatollah, distorcendo opinione pubblica, politica e mercati. Pahlavi ha riconosciuto il problema: una parte significativa della sua azione si concentra proprio su questo fronte, per ristabilire la verità e creare le condizioni di un regime change.

La seconda sul ruolo dell’Italia e di un governo guidato da Giorgia Meloni. La risposta è stata netta: l’Italia sarà partner centrale e strategico, non solo economico ma soprattutto geostrategico. La fine del regime stabilizzerà il Medio Oriente e rappresenterà un argine decisivo all’immigrazione di massa verso l’Europa, che le politiche immigrazioniste dell’UE a trazione socialista degli ultimi trent’anni hanno trasformato in un processo di islamizzazione del Vecchio Continente. Ha poi riconosciuto in Donald Trump il protagonista degli Accordi di Abramo e nella ridefinizione degli equilibri sul dossier nucleare iraniano, indicando in quella linea uno dei pochi approcci concreti in grado di produrre una stabilizzazione duratura.

La mia presenza a questo tavolo si inserisce in un percorso che porto avanti da anni, sia come consulente strategico sia come osservatore delle dinamiche internazionali, con una posizione netta: al fianco del popolo iraniano contro un regime che ha represso libertà, diritti e futuro.

Allo stesso tempo, da comasco, ho voluto portare il nostro territorio dentro la conversazione. Ho donato a Pahlavi un volume dedicato al Lago di Como come segno concreto di una terra che da decenni sa costruire valore, relazioni e credibilità internazionale senza forzature. Perché Como non è solo uno dei paesaggi più belli del mondo: è un hub naturale di economia, politica e visione strategica, come dimostra il Forum Ambrosetti nato nel 1975 e oggi affiancato da iniziative come ComoLake, capaci di intercettare innovazione e trasformazioni globali. E questo non è un elemento accessorio: è il modo in cui un territorio entra nelle dinamiche che contano.

Un Iran reintegrato nel sistema internazionale ridisegnerà equilibri energetici, opportunità economiche e flussi migratori. Chi saprà posizionarsi prima – a livello nazionale e territoriale – si troverà in vantaggio quando il quadro cambierà.

Il punto, quindi, non è se questa transizione avverrà, ma chi sarà pronto. In geopolitica, come nei territori che hanno una visione, il futuro non si aspetta: si costruisce, leggendo i segnali, anticipando le partite e avendo il coraggio di stare dentro quelle che contano. Anche quando sembrano lontane. Anche quando molti non si sono ancora accorti che sono già cominciate.

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è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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