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POLITICA USA

Giorgia Meloni spiegata a Donald Trump

Caro Presidente Trump,
le scrivo senza giri di parole, perché è l’unico linguaggio che ha sempre riconosciuto come autentico: quello della chiarezza, della responsabilità e, quando serve, anche della franchezza tra alleati veri.

Negli ultimi giorni ha scelto di attaccare Giorgia Meloni. Non è un dettaglio, non è una polemica qualsiasi, non è una schermaglia da talk show: è un errore politico. E, mi permetta, è un errore che rischia di pesare più di quanto oggi possa sembrare.

Capisco il contesto. In Europa è abituato a muoversi in mezzo a leader che parlano di sovranità e poi firmano qualsiasi documento arrivi da Bruxelles; che invocano i confini e poi li lasciano spalancati; che si definiscono conservatori e poi si piegano, sistematicamente, all’agenda globalista. In mezzo a questo panorama, la tentazione di fare di tutta l’erba un fascio è forte. Ma qui sta il punto: Giorgia Meloni non è “una di loro”. È l’eccezione che conferma la regola. E trattarla come se fosse parte del problema significa indebolire l’unica leva che oggi, in Europa, può diventare parte della soluzione.

Glielo dico nel modo più diretto possibile: se in Europa esiste un leader che ha fatto ciò che lei ha fatto negli Stati Uniti, quello è Giorgia Meloni. Ha vinto le elezioni dicendo esattamente ciò che avrebbe fatto, e poi ha fatto esattamente ciò che aveva promesso. In un continente in cui la politica è spesso un esercizio di ambiguità, questo non è solo raro: è decisivo.

Immigrazione incontrollata, difesa della famiglia naturale, rifiuto dell’ideologia gender, centralità dell’interesse nazionale, rapporto con l’alleanza atlantica basato sulla dignità e non sulla subordinazione: non sono slogan, sono una linea politica coerente, costruita negli anni, difesa quando era scomoda e oggi applicata al governo. Non è un adattamento al potere; è il potere che si è adattato a quella visione.

Non è un caso che nel suo libro “Io sono Giorgia” di cui suo figlio Donald Jr. ha scritto la prefazione, rivendichi un principio che oggi molti fingono di non capire: «Io sono Giorgia. Sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana. Non me lo toglierete». Non è una frase, è una dichiarazione di identità. Ed è esattamente su questo terreno – identità, sovranità, radici – che si gioca la partita decisiva dell’Occidente.

Chi le suggerisce che Meloni sia “troppo europea” o “troppo morbida” o addirittura “globalista” le sta facendo un favore apparente e un danno reale, perché confonde la tattica con la strategia. Giorgia Meloni governa dentro l’Unione Europea, non fuori. E proprio per questo ha un valore che nessun altro leader europeo può avere: non distrugge il sistema dall’esterno, lo piega dall’interno.

E qui sta il punto che molti fingono di non vedere, ma che lei, più di chiunque altro, dovrebbe cogliere al volo. Se Giorgia Meloni imboccasse la strada “distruttiva” all’interno dell’Unione Europea, quella che alcuni le suggeriscono con leggerezza da editorialisti o da oppositori in cerca di visibilità, nel giro di pochi giorni si troverebbe esattamente nella stessa situazione che nel 2011 travolse Silvio Berlusconi: spread alle stelle, pressione internazionale coordinata, attacco finanziario e mediatico, isolamento politico e, a quel punto, dimissioni praticamente obbligate.

E sa cosa verrebbe dopo? In Italia lo chiamiamo «governo tecnico»: una formula elegante per descrivere un esecutivo nato da accordi di palazzo, sostenuto da maggioranze eterogenee, che non rispondono agli elettori ma agli equilibri di sistema. Un governo che rimetterebbe immediatamente l’Italia sotto tutela, riallineandola alle posizioni più globaliste, riaprendo i rubinetti della spesa improduttiva e trasformando i soldi dei contribuenti in strumenti di consenso.

È successo anche con quello che molti, non senza ironia, hanno definito il suo “amico” Giuseppe Conte: assistenzialismo a debito, propaganda travestita da politica economica, consenso costruito distribuendo risorse senza creare valore.

Questo è lo scenario. Non teorico o ideologico. Reale.

E allora torniamo al punto: Giorgia Meloni non è prudente perché è debole, ma perché conosce il campo di gioco. E sa che per vincere certe partite non serve buttare giù il tavolo, ma cambiare le regole mentre si gioca.

Lei, Presidente, ha bisogno di alleati veri. Non di comparse, non di interlocutori occasionali, non di leader che si allineano al primo cambio di vento. Ha bisogno di qualcuno che condivida la stessa visione del mondo: nazione, popolo, merito, confini, civiltà occidentale. In Europa, oggi, questo qualcuno ha un nome e un cognome.

Il conservatorismo, quello vero, non è mai stato una posa, è una responsabilità è, per dirla con Giuseppe Prezzolini, la funzione di custodire, difendere, preservare ciò che merita di durare. E non si custodisce nulla distruggendo gli unici argini che tengono.

Per questo la questione non è personale, ma strategica. Lei ha davanti il secondo tempo della sua battaglia, e non può permettersi di sbagliare bersaglio.

Chiami Giorgia, la incontri, chiarisca. Non per evitare il confronto, ma per trasformarlo in forza. Tra leader veri le divergenze esistono, ed è giusto che emergano. Ma devono rafforzare un’alleanza, non incrinarla.

Perché alla fine la differenza tra chi incide e chi passa è tutta qui: capire chi è davvero dalla tua parte, prima che sia troppo tardi.

E oggi, in Europa, l’unico alleato vero che ha è Giorgia Meloni. Se indebolisce lei, indebolisce sé stesso in Europa. Punto. Ignorarla è un errore. Attaccarla è un autogol. E, mi permetta, non è da lei.

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è consulente di marketing strategico, keynote speaker e docente di branding e marketing digitale all’International Academy of Tourism and Hospitality. È stato inviato di «Vanity Fair» negli Stati Uniti per seguire Donald Trump, a Kiev per la campagna elettorale di Zelensky, collabora con diversi media ed è autore di 10 libri. Nel 2016, per promuovere la versione inglese de Il Predestinato ha inventato la sua finta candidatura alle primarie repubblicane sotto le mentite spoglie del protagonista del romanzo, il giovane Congressman Alex Anderson. Una case history di cui si sono occupati i principali network di tutto il mondo.

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