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Senza riforme le crisi di governo sono la normalità

Dal Governo De Gasperi II – che fu il primo dell’Italia repubblicana – a oggi si sono susseguiti 65 governi in 73 anni, con una media di durata per governo di circa 410 giorni. Questo dato dice molto, anzi moltissimo rispetto alle debolezze del nostro Paese che, in quanto cronicamente instabile, non puo’ certamente godere della medesima fiducia suscitata da democrazie che hanno saputo dotarsi di sistemi capaci di garantire continuità. D’altra parte, cosa volete che faccia una compagine di governo in poco più di un anno? Esattamente ciò che hanno fatto, ovvero poco o nulla. Oltretutto, trattandosi di esecutivi nati in Parlamento e non nelle urne, quindi frutto di compromessi al ribasso tra forze politiche con idee e visioni divergenti, dal dopoguerra a oggi non abbiamo avuto uno straccio di governo in grado di tracciare un minimo di prospettiva per il futuro.

In estrema sintesi, abbiamo una Costituzione del tutto anacronistica che, nell’era del Web, degli algoritmi, delle blockchain, delle criptovalute e dell’intelligenza artificiale, ci tiene imbrigliati in una sorta di camicia di forza chiusa ermeticamente con cerniere come, giusto per citarne un paio: il bicameralismo perfetto, che significa che una legge approvata alla Camera deve passare anche al Senato e, nel caso in cui subisca modifiche, deve tornare alla Camera, dando vita a un vero e proprio fenomeno che è quello di leggi e riforme che “rimbalzano” tra le due camere per anni e anni; e il ruolo del Presidente del Consiglio, scelto dai partiti e non dal popolo con il proprio voto, che non ha nemmeno il potere di nominare e revocare i propri ministri.

Aggiungiamo una legge elettorale che, dalla sciagurata adozione del Porcellum (un vero e proprio colpo di grazia alla rappresentatività della classe politica) ha, in un sol colpo, reintrodotto il sistema proporzionale e introdotto le liste bloccate, che in parole povere significa due cose: quasi certezza di uscire dalle urne senza una maggioranza con i numeri per governare, e far scegliere i parlamentari ai segretari di partito anziché agli elettori. Un parlamento di nominati, che sarà poi chiamato a nominare un governo e poi, ogni 7 anni, un Presidente della Repubblica a sua volta nominato da un parlamento di nominati.

Ciò vuol dire che noi cittadini non abbiamo la possibilità di scegliere qualcuno che rappresenti noi e il territorio, né tanto meno di partecipare alla vita pubblica, in quanto il principio di partecipazione è stato sostituito con quello di cooptazione: ergo, se sei “allineato” e vai particolarmente a genio al segretario del tuo partito puoi sperare di essere da lui nominato deputato o senatore, altrimenti saluti e baci.

Se una volta avevano sezioni in ogni quartiere o paese, oggi i partiti sono poco più che brand con strutture leggere che si mobilitano soltanto in occasione delle elezioni.

Capite bene che, fino a quando non verrà sciolto il nodo delle riforme, crisi come quella a cui stiamo assistendo in queste ore di fibrillazione del governo gialloverde saranno assolutamente fisiologiche, anche perché sono nella natura dei politici nostrani, che sguazzano nel trasformismo e fanno politica non in fuzione di ciò che è giusto, ma guidati unicamente dalla bussola del consenso. Questo è stato l’approccio della stragrande maggioranza quelli che in questi 73 anni si sono accinti a governare, difatti l’incapacità di riformare il sistema è solamente di facciata: in realtà loro non vogliono fare le riforme, poiché non gli consentirebbero di mantenere il potere. Diffidate, quindi, da quelli che blaterano frasi come “con le riforme non si mangia” o “la gente non vive di legge elettorale”, perché vi stanno prendendo per i fondelli: è come se vi vendessero un computer con un sistema operativo lento e instabile e, alle vostre sacrosante lamentele, rispondessero parlandovi del joystick.

Non ci rimane che sperare che qualcuno tra Salvini, Di Maio, Zingaretti e i rappresentanti dei partiti che compongono l’attuale quadro politico comprenda che, senza riforme, l’Italia è destinata a rimanere un paese analogico in un mondo digitale.

Written By

Consulente di marketing digitale, docente alla IATH Academy e allo IED, è autore di 7 libri. È stato inviato di Vanity Fair alle elezioni USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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